domenica 16 dicembre 2018

"Bohemian Rhapsody": l’attesissimo film su Freddie Mercury e i Queen





È da almeno dieci anni che si parla della realizzazione di un biopic sulla straordinaria e irripetibile storia dei Queen, leggendaria band inglese, e del suo carismatico leader Freddie Mercury, uno dei performer più grandi di tutti i tempi. Il progetto è finalmente giunto a conclusione con il film “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer (“X – Men”, “Operazione Valchiria”), prodotto tra gli altri dagli unici due componenti dei Queen ancora in attività: il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor.

L’idea di trasporre cinematograficamente l’incredibile vicenda artistica e personale di Mercury e soci era piena di insidie, con il rischio di ritrarre la “Regina” come un mito o di farne una macchietta. Un ruolo difficilissimo che è stato abbandonato anni fa da Baron Cohen per divergenze creative e toccato alla fine al giovane attore Ramy Malek, californiano di origini egiziane. In un lungometraggio di finzione di poco più di due ore era impensabile raccontare nei minimi dettagli l’intera carriera dei Queen e del suo carismatico frontman. E infatti il film si concentra sui primi 15 anni della band, dal 1970 al 1985, anno del Live Aid e dell’apogeo della formazione inglese in termini di popolarità e successo.

“Bohemian Rhapsody” è un film riuscito a metà perché non racconta in profondità né l’epopea dei Queen, né la poliedrica e indecifrabile personalità di Mercury. Un po’ come la vita di Freddie, veloce e pirotecnica, è un buon film d’intrattenimento ma presenta non pochi difetti e delude le aspettative dei più esigenti. Un’operazione che si concentra più nel riprodurre fedelmente alcuni episodi fondamentali della storia della band (tra tutti la lunghissima sequenza finale dedicata alla performance del Live Aid) ma senza darne un’interpretazione o un taglio d’autore. 

D’altro canto uno dei punti di forza della pellicola è sicuramente l’aver azzeccato l’attore protagonista Ramy Malek, calato perfettamente nei panni del performer nato a Zanzibar. La somiglianza con il personaggio originale cresce poi nella seconda parte del film, quando si passa agli anni Ottanta e ai famosi baffi del cantante.

Un altro asso nella manica del film è la colonna sonora (una delle migliori della storia del cinema), ma su questo aspetto non c’era da temere, visto lo straordinario repertorio musicale targato Queen. Le canzoni fungono anche da collante tra le diverse lacune della sceneggiatura.

“Bohemian Rhapsody” racconta bene la relazione amorosa e indissolubile tra Freddie Mercury e Mary Austin (Lucy Boynton): un rapporto nato a Londra agli inizio degli anni Settanta, quando prevaleva l’eterosessualità in Freddie e proseguito poi nella fase successiva, quella omosessuale, sotto forma di amicizia immortale. Tra i momenti più toccanti del lungometraggio va sicuramente annoverata la scena in cui Mary capisce che qualcosa è cambiato per sempre nel suo fidanzato, che però le assicura amore eterno perché nessun’altra persona lo comprenderà mai così bene come lei. Un amore immortalato nella bellissima canzone “Love of my life”, scritta da Freddie e contenuta nell’album-capolavoro “A Nigth at the Opera”.

Il film riesce anche a far rivivere alcuni dei maggiori momenti creativi della band, raccontando la genesi di alcune loro hit: da “Killer Queen” a “Bohemian Rhapsody”, passando per “We Will Rock You” e “Another One Bites the Dust”.  

La pellicola risente però di diversi problemi accaduti in fase di realizzazione, tra cui il licenziamento del regista Bryan Singer, sostituito da Dexter Fletcher che non figura tra i crediti. In “Bohemian Rhapsody” mancano i guizzi creativi sia sul piano della sceneggiatura che della regia, tenendo conto che il materiale di partenza era straordinario.

A parte Freddie Mercury, gli altri tre membri della band - John Deacon (Joseph Mazzello), Brian May (Gwilym Lee) e Roger Tayrlor (Ben Hardy) – appaiono solo marginalmente nel racconto, come amici-parenti del carismatico ma problematico frontman. Non viene mai fatto cenno ai miti musicali dei quattro musicisti e la genesi della band viene descritta in maniera molto superficiale. Per chi è un fan dei Queen sarà difficile accettare che nel film la cronologia degli eventi venga completamente ignorata e gettata nel caos.

La scelta di iniziare e chiudere il film con il concerto memorabile del Live Aid del 1985, che consacrò e rilanciò i Queen grazie alla migliore performance live di sempre, può simboleggiare la gloria immortale raggiunta da Freddie e soci, al di là della prematura scomparsa di Mercury e della conseguente fine della band. È discutibile però la scelta di dedicare ben quindici o venti minuti di pellicola alla minuziosa ricostruzione del live tenutosi allo stadio di Wembley, se non per ottenere lo scopo di far divertire il pubblico in sala e catapultarlo sul palco del Live Aid.

Il tema della bisessualità – omosessualità di Mercury viene rappresentato in termini molto banali e irrealistici. In tutta la pellicola si trova un’unica sequenza, poco trasgressiva, dedicata ai famosi party del cantante (basta vedere il videoclip di “Living on My Own” per farsi un’idea). In realtà i Queen erano famosi negli anni Settanta per organizzare feste faraoniche e memorabili (famosissimo il party per il lancio del disco “Jazz” a New Orleans nel 1978, con la partecipazione di lottatrici nude nel fango, nani, mangiafuoco, etc.), ma nella pellicola sembra che il solo personaggio vizioso sia Mercury, perso tra sesso, droghe e alcol, anche a causa dell’influenza di un personaggio negativo del suo entourage.

Nel film si addossa poi tutta la colpa del momentaneo stop delle attività del gruppo, nella prima metà degli anni Ottanta, all’egocentrismo di Freddie e alla sua voglia di intraprendere una carriera da solista. Nella realtà anche altri membri della band iniziarono a intraprendere carriere autonome (come nel caso del prolifero Roger Taylor) o collaborazioni (John Deacon), perché il successo dei Queen iniziava a pesare e a stressare tutti, soprattutto dopo il flop di “Hot Space” nel 1982. Erano quattro artisti straordinari dalle personalità poliedriche, forti e autonome che, quando veniva fuori la quadra del cerchio, formavano un’unica entità chiamata Queen.

“Bohemian Rhapsody” riesce comunque a emozionare in diversi momenti: dall’ilarità di alcune scene dedicate al lavoro in studio della band, alle sequenze coinvolgenti delle performance live. Toccante anche il momento in cui viene affrontato il tema dell’AIDS contratto da Mercuy e la sua consapevolezza che il tempo da dedicare alla musica inizia a scarseggiare.

Il film risulta essere pertanto un prodotto commerciale d’intrattenimento, più incentrato sul lato estetico che contenutistico, pensato a tavolino per non scontentare nessuno: né i fan dei Queen, né chi non sa nulla della loro storia (teenager su tutti). Una storia però così unica, ricca ed “epica” come quella di Mercury e compagni avrebbe meritato di essere gestita da mani migliori, per realizzare una pellicola più memorabile.

Il messaggio che esprime in maniera forzata il film è quello che i Queen siano stati prima di tutto una famiglia e un porto sicuro per il fragile e tormentato Freddie Mercury, immigrato in cerca di un’identità. Un taglio troppo scontato e banale per una pellicola così attesa. Davvero non si poteva mirare più in alto, parlando di questo straordinario personaggio che, nel bene e nel male, come il dio Mercurio, riuscì a connettere il cielo e la terra tramite la musica, la sua straordinaria potenza vocale e visione artistica?





mercoledì 12 dicembre 2018

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” di Terry Gilliam






Dopo 25 anni di “making e remaking”, come si legge ironicamente all’inizio del film, è uscito nella sale il film di Terry Gilliam ispirato alle avventure del personaggio creato dalla penna di Cervantes: “L’uomo che uccise Don Chisciotte”.

Il giovane regista americano Toby Grisoni (Adam Driver) sta cercando di portare a termine in Spagna le riprese di uno spot pubblicitario ispirato alla leggenda di Don Chisciotte. Dieci anni prima Toby aveva girato il suo primo lungometraggio “The Man Who Killed Don Quixote” proprio nella stessa zona del nuovo set, scritturando in loco attori non protagonisti. Un giorno Toby si imbatte nuovamente negli ex protagonisti della pellicola, ognuno segnato profondamente da quell’esperienza. In particolare, un anziano calzolaio (Jonathan Pryce), che aveva interpretato l’Uomo della Mancha, è convinto di essere il vero e unico Don Chisciotte, scambiando Toby per il suo inseparabile Sancho Panza. È l’inizio di un’avventura straordinaria, a cavallo tra realtà e fantasia.

Terry Gilliam porta finalmente a compimento un progetto lungo 25 anni, pieno di disavventure di ogni tipo: problemi con i produttori, cambi di attori e sceneggiatura. Una storia raccontata nel documentario “Lost in La Mancha” del 2002. Si sa poco di cosa sia sopravvissuto del progetto originario, ma si può dire che “L’uomo che uccise Don Chisciotte” non sia altro che un modo originale di parlare di Don Chisciotte e del suo messaggio, al giorno d’oggi, prendendo spunto dalle disavventure vissute in prima persona dal regista stesso per la realizzazione dell’opera. Un modo per esorcizzare quindi questa incredibile via crucis e vendicarsi, in parte, anche dei torti subiti da alcuni produttori pescecani incontrati lungo la strada.

Un racconto metacinematografico in cui Toby non è altro che un alter ego di Gilliam: pressato dalla dura realtà quotidiana fatta di produttori avidi e di delusioni artistiche, ripensa a un film girato da giovane, mosso solo dalla passione per il cinema, per trovare nuovamente l’ispirazione per continuare le riprese dello spot.

Una pellicola in cui si respira per tutta la sua durata l’amore per la Settima arte e l’ossessione da parte del regista Toby/Gilliam per questa figura fantastica e leggendaria di Don Chisciotte. Un sognatore considerato dagli altri un folle, ma che in realtà ha il dono di saper svelare, grazie alla sua purezza d’animo, l’ipocrisia delle altre persone, che indossano delle “maschere”.

L’ultimo lavoro di Gilliam è ancora una volta un viaggio immaginifico, con passaggi continui dal piano della realtà a quello della fantasia attraverso trovate spesso brillanti e visionarie, per regalarci un intrattenimento pirotecnico non privo di riflessioni profonde sul cinema stesso.

I punti di forza del film sono la sua potenza visiva – dalle feste barocche alle lotte contro i mulini a vento –, un marchio distintivo nella filmografia del cineasta statunitense, e la recitazione sopra le righe di Jonathan Pryce (da gustare in lingua originale), già protagonista del capolavoro di Gilliam “Brazil”, capace di passare dal registro comico a quello drammatico nel giro di pochi secondi. Un ruolo che potrebbe portare Pryce a una nomination alla prossima notte degli Oscar.

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” non è però privo di difetti, con molti momenti di confusione “anarchica” e una sceneggiatura con non poche faglie.

Gilliam però, come il suo eroe spagnolo, vuole volare ancora una volta in alto e non manca di cuore e coraggio: dopo aver lottato anche lui contro vari mulini a vento e giganti (Hollywood?), è riuscito a realizzare questo film divenuto una vera e propria ossessione. Un regista che si è guadagnato la fama di outsider portando sempre avanti le proprie idee visionarie e che, grazie a questo film, fa quasi commuovere per come ami quella fabbrica dei sogni chiamata cinema.






sabato 8 dicembre 2018

“Sharp Objects”: la serie già cult con Amy Adams



Camille Prekaer (Amy Adams) è una giornalista trentenne del “Chronicle” di St. Louis, alcolizzata e appena uscita da una recente riabilitazione per una grave forma di autolesionismo. Una malattia causata dai tanti traumi adolescenziali mai superati, tra cui la perdita dell’amata sorella minore Marian. Un giorno il suo capo le affida l’incarico di seguire per il giornale gli eventi che si stanno verificando a Wind Gap, in Missouri, città dove è nata. A Wind Gap, paesino di duemila abitanti dediti all’allevamento dei maiali, è morta una ragazzina, mentre un’altra è sparita. Camille accetta mal volentieri l’incarico, sapendo di doversi confrontare con la sua agiata famiglia e con i suoi vecchi demoni, che riappariranno immediatamente come incubi e allucinazioni sempre più violente non appena messo piede a Wind Gap.


L’abuso di alcol, anche di pessima qualità, sembra essere per Camille l’unico modo per alleviare una sofferenza lancinante, che si intensifica ancora di più una volta tornata nella claustrofobica e lussuosa villa coloniale di famiglia. Qui l’aspetta la prova più dura: il confronto con la fredda e autoritaria madre Adora (Patricia Clarkson), infastidita non solo dal ritorno della figlia dopo tanti anni perché non annunciato, ma ancor di più dal suo compito di reporter. Fare luce sui cruenti episodi che si stanno abbattendo sulla tranquilla comunità di Wind Gap, raccogliendo le testimonianze dei suoi (apparentemente) rispettabili abitanti, appare agli occhi ipocriti di Adora come qualcosa di oltraggioso se fatto da sua figlia, perché mette a repentaglio la reputazione della famiglia, una delle più antiche e importanti della cittadina, e lo status quo.

Camille, una volta rientrata a casa, conosce l’ambigua sorellastra Amma (Eliza Scanlen), mentre nella sua mente inizia a riapparire sempre più spesso il fantasma di Marian, morta da piccola accanto a lei. Inghiottita in un vortice di incubi, allucinazioni e autolesionismo, che si manifesta con il desiderio di ferirsi con qualsiasi oggetto tagliente a portata di mano (il suo corpo è interamente ricoperto da parole incise sulla pelle, inerenti al suo senso di colpa per la morte di Marian e agli abusi subiti da ragazzina), Camille riesce a fatica a portare avanti il suo lavoro che le permette di entrare in relazione con il detective Richard Willis (Chris Messina). Richard è l’unica altra persona “forestiera” che sta faticosamente cercando di scoprire la verità. Il male intanto si annida nella bigotta Wind Gap, dove ognuno sembra gentile ma nasconde dei piccoli segreti. La bambina scomparsa viene trovata morta e senza denti un paio di giorni dopo l’arrivo di Camille, davanti ai suoi occhi. Si sospetta la mano di un serial killer psicopatico e le malelingue del paese indirizzano le indagini sui soggetti più deboli, tutti uomini fragili. Qualcosa di terrificante però è in agguato e aspetta di colpire Camille…

“Sharp Objects” (traducibile in italiano con “Oggetti taglienti”) è una miniserie televisiva in otto episodi tra il thriller psicologico e il genere gotico-dark, basata sul primo omonimo romanzo di Gillian Flynn (“Sulla pelle” tradotto in italiano da Piemme), prodotta da HBO e andata in onda questa estate nei Paesi anglosassoni e recentemente in Italia su Sky Atlantic. Dopo una lavorazione lunga dodici anni, la serie creata da Marti Noxon e diretta da Jean-Marc Valléé (già regista di “Big Little Lies”) ha ottenuto un ottimo giudizio della critica e, a nostro parere, a buon ragione.

Fiore all’occhiello di questa storia, che indaga il lato femminile più oscuro e violento, è il personaggio enigmatico e anticonformista di Camille, interpretato in maniera memorabile da una grandissima Amy Adams: un’antieroina controversa che, come una “splendida rosa con le spine” (viene definita così da Adora in una scena), è una giovane donna affascinante ma piena di problemi. In cerca costante di affetto e di attenzioni, non riesce a superare i suoi traumi, causati da un mix micidiale di concause: un ambiente familiare deleterio, un paese bigotto e claustrofobico pieno di vizi e pregiudizi, un rapporto difficile con gli uomini a causa di uno shock (di natura sessuale) vissuto da teenager e della mancanza della figura paterna (Camille è figlia di primo letto di Adora), e la misteriosa morte violenta e prematura della sorellina. Non meno importante Camille ha
sviluppato fin da piccola una mentalità aperta che l’ha portata a trasferirsi in una grande città molti anni prima, rompendo violentemente il rapporto con il proprio cupo passato che però riaffiora sempre nel suo inconscio. Episodio dopo episodio Camille sembra sempre più priva di energie psico-fisiche per reggere l’onda d’urto di quello che le sta accadendo dentro e fuori di sé, ma, grazie anche all’aiuto costante dell’amico-capo-padre e del detective venuto da fuori, per cui sembra in parte provare affetto, dimostra una resilienza e un’autenticità fuori dal comune.

La trasformazione di Amy Adams in Camille è strepitosa, meritevole di vincere qualsiasi premio da qui ai prossimi mesi, dai Golden Globe agli Emmy. L’attrice americana, che riveste in questa miniserie anche il ruolo di produttore esecutivo, è perfettamente calata nella parte in ogni sequenza. Un ruolo difficilissimo che le è costata molta fatica: tantissime ore di trucco per “indossare” sulle propria pelle le parole incise da Camille, giornate lunghissime passate sul set e un viaggio nel mondo più inquietante della psiche femminile. Adams riesce a trasportare con grande empatia gli spettatori nel drammatico e oscuro vortice esistenziale di Camille, trasmettendo tutta l’angoscia di una persona sola inghiottita nel proprio dolore psicofisico da cui non sembra esserci via di fuga, nonostante gli sforzi e un grande cuore. Ci ricorderemo a lungo i vari momenti di smarrimento della fragile e ipersensibile Camille trasmessi da un volto terrorizzato e trasfigurato di Adams, capace di dare al personaggio una verosomiglianza eccezionale. Pare però che purtroppo non ci sarà, almeno a breve, la seconda stagione di “Sharp Objects” proprio perché Amy Adams non vorrebbe ritornare a ricoprire nuovamente un ruolo così professionalmente logorante.

La storia narrata in “Sharp Obejcts” ruota tutta attorno a un triangolo perverso di tre donne che non riescono ad amarsi: Camille, Adora e Amma. Anche le attrici Patricia Clarkson e Eliza Scanlen spiccano in tutti gli episodi per una recitazione sopra le righe, rispettivamente nei panni di una madre anaffettiva e mentalmente molto disturbata, e di una figlia bipolare e viziata. Adora vorrebbe trattare le figlie come bamboline (la casa delle bambole di Amma, che riproduce in scala l’abitazione reale, gioca un ruolo molto importante a livello simbolico) per essere al centro dell’attenzione e avere il controllo sulle loro vite, così come fa esteriormente nella sua vita sociale di paese, essendone una delle personalità più influenti. Amma, invece, si divide tra l’essere un’amabile figlia a casa e comportarsi come una ribelle scatenata e senza tabù non appena ci sia la possibilità di uscire, ricordando in parte la Camille adolescente.

Oltre al cast “Sharp Objetcs” vanta tra i suoi pregi anche una regia molto fluida. Jean-Marc Valléé sceglie di seguire la storia dal punto di vista di Camille, riprendendo le scene con la camera a mano e seguendo molto da vicino la protagonista, messa completamente a nudo. Amy Adams ha affermato di adorare questo stile del cineasta canadese, intento a mostrare la verità e a non nascondere le imperfezioni estetiche e psicologiche femminili. Una scelta azzeccata che rende la narrazione realistica e molto coinvolgente per il pubblico.

Altri due elementi che fanno di “Sharp Object” un’opera di grande spessore sono la musica e la presenza di un metatesto seminascosto. Per quanto riguarda la colonna sonora, c’è da segnalare la presenza massiccia di canzoni dei Led Zeppelin, ascoltate in macchina dalla ribelle Camille tramite il suo cellulare. In contrapposizione ai suoi gusti rock spicca la musica rilassante che ascolta il patrigno a casa, infondendo in famiglia un’aura di finta e immutabile serenità. Infine è presente in tutto il racconto un importante metatesto sotterraneo che si manifesta anche attraverso le fugaci inquadrature delle parole incise sulla pelle di Camille, che rappresentano visivamente il tormento interiore del personaggio e i suoi traumi. Questi vocaboli appaiono però anche esteriormente, in diversi momenti dei vari episodi, sempre in riferimento alla protagonista. Ne citiamo solo alcuni presenti nel primo episodio intitolato “Vanish” (“Ritorno a casa” nella serie italiana): “drunk” e “bad” (ubriaca e cattiva) sulla scrivania di casa di Camille, “dirt” (sporcacciona) sulla macchina sporca di Camille (in riferimento probabilmente alla prima esperienza sessuale vissuta da adolescente nel capanno del bosco di Wind Gap), il cartello “Don’t be a victim” (non essere una vittima) quando Camille si reca per la prima volta nell’ufficio dello sceriffo, “Wrong” (sbagliato/scorretto/difettoso) che compare sul display dell’autoradio della reporter e, infine, “Vanish” (sparisci/sparisco), parola incisa sul braccio di Camille che viene svelata nell’ultimo frame del primo episodio.

Infine la sceneggiatura è formidabile e gli otto episodi della serie tengono alta la tensione e incollati gli spettatori fino a un finale inquietante ed enigmatico. Un racconto che, forse come mai accaduto prima d’ora, riesce efficacemente a indagare da vicino cosa può accadere a delle donne quando rabbia e abusi vengono repressi nel corso del tempo. La violenza può essere anche declinata al femminile; è un cliché pensare che sia una caratteristica solo degli uomini. Tutti questi elementi fanno di “Sharp Obejcts” una serie già cult a poche settimane dalla messa in onda, quasi come “I segreti di Twin Peaks”, capolavoro di David Lynch che ha segnato per sempre il mondo del piccolo schermo all’inizio degli anni Novanta. D’ora in avanti le prossime serie televisive incentrate su personaggi femminili, controversi e dark come quello di Camille Prekear, dovranno confrontarsi inevitabilmente con “Sharp Obejcts”. E la sfida non sarà facile da vincere.






venerdì 26 ottobre 2018

“Lucky” di John Carroll Lynch




Presentato lo scorso anno al Festival di Locarno, “Lucky” segna il debutto dietro la macchina da presa di John Carroll Lynch.

Il film segue da vicino la vita di Lucky (Harry Dean Stanton), un ateo novantenne che vive in un paese in una zona remota e desertica degli Stati Uniti.  Lucky sembra immune da qualsiasi malanno o acciacco fisico: fuma, beve e cammina instancabilmente in mezzo ai cactus e sotto il sole torrido del deserto. Indifferente di cosa pensano o fanno gli altri abitanti della cittadina, passa le serate in un bar in compagnia dei suoi amici, tra cui Howard (interpretato dal grande regista David Lynch), proprietario di una vecchia testuggine da poco fuggita nel deserto.

La vita solitaria e monotona di Lucky prosegue tranquilla finché una mattina non cade improvvisamente in casa. Un episodio che segna uno spartiacque nella sua serena esistenza. Lucky scopre così da un lato l’angoscia per l’avvicinarsi della morte, dall’altro l’acuirsi di un senso di vuoto e solitudine da colmare in qualche modo. La caduta, fisica e non di Lucky, coincide insomma con l’inizio di un percorso spirituale per scoprire, prima che sia forse troppo tardi, se stesso.

Un “viaggio” che condurrà il protagonista, grazie anche all’interazione con i suoi amici e con gli altri abitanti del paese, a uno stadio superiore di conoscenza e a un momento d’illuminazione simboleggiato dalla scena finale: Lucky, dopo aver contemplato un maestoso cactus secolare, ci guarda dritto negli occhi sorridendoci, per riprendere poi la sua strada, mentre ricompare la tartaruga “errante” di Howard.

La forza di questa pellicola è riposta sulla grande e ultima prova d’attore di Harry Dean Stanton, venuto a mancare il 15 settembre 2017 a riprese ultimate. Uno sforzo fisico non indifferente per un attore novantenne, che rende il personaggio di Lucky ancora più realistico e autobiografico. Numerose sono infatti le scene ispirate alla vera vita di Stanton, tra cui il saluto “Non sei niente!” con cui Lucky saluta il proprietario del Joe’s Diner.

Il regista mette in scena un film semplice, senza grosse pretese, che parla però, con acutezza, onestà e qualche pizzico di ironia, di questioni esistenziali fondamentali che riguardano ogni essere vivente, siano essi umani, animali o vegetali: il senso della vita, la solitudine, l’illusione di autosufficienza e la morte.

Mancando qualsiasi riferimento religioso o spirituale in senso stretto, il film sembra suggerire che l’importante sia sopravvivere ed essere resilienti come la tartaruga centenaria o il cactus secolare del deserto, mentre camminiamo lungo il sentiero del nostro destino, senza mai dimenticare di sorridere, prendere la vita con filosofia e di stringere relazioni sociali, perché nessun essere vivente, purtroppo, può sfuggire alla morte o alla vecchiaia.


VOTO: 
                  
  





domenica 21 ottobre 2018

I 10 film più attesi in uscita al cinema





Saranno tanti i film che usciranno nelle sale cinematografiche italiane nei prossimi mesi. Abbiamo provato a stilare una “top ten” di quelli più attesi da qui fino alle feste natalizie, tra cui spicca sicuramente “Il ritorno di Mary Poppins” di Rob Marshall (“Chicago”, “Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare”), in uscita a Natale. È senza dubbio uno dei sequel più desiderati dal pubblico, ma al contempo rischioso vista la straordinaria trasposizione cinematografica del 1964 del romanzo scritto da Pamela L. Travers, con una magnifica Julie Andrews perfettamente a suo agio nei panni di Mary Poppins. Un film che vinse 5 Oscar su 13 nomination, con un incasso di 44 milioni di dollari nel mondo (a fronte di 6 milioni di budget) e che venne visto al cinema da oltre 200 milioni di spettatori. In questo sequel, targato sempre Walt Disney, Emily Blunt vestirà i panni della baby sitter più magica di tutti i tempi. La storia è ambientata nella Londra del 1930, circa vent’anni dopo le vicende narrate nel primo film. I piccoli Michael e Jane Banks sono cresciuti, seguendo le ombre dei loro genitori: lui banchiere, lei attivista sindacale. Michael vive ancora al numero 17 di Viale dei Ciliegi, assieme ai suoi tre figli. Quando i Banks subiscono un grave lutto (la perdita della moglie di Michael), Mary Poppins torna a far riscoprire, ancora una volta, la gioia di vivere all’intera famiglia.

In autunno uscirà “Il primo uomo” di Damien Chazelle (“Whisplash”, “La la land”), che ha aperto la 75esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Dopo lo strepitoso successo di “La la land” si ricostituisce la coppia Damien Chazelle – Ryan Gosling per realizzare un biopic su Neil Armstrong, il primo uomo a sbarcare sulla Luna il 20 luglio 1969.

C’è attesa anche per un altro film presentato in concorso a Venezia: “Suspiria” di Luca Guadagnino (“Chiamami col tuo nome”), un remake del capolavoro diretto da Dario Argento nel 1977. Il regista ha trovato una chiave personale per rivisitare questo classico del genere horror attraverso anche un taglio socio – politico. La colonna sonora porta il timbro di Thom Yorke, frontman dei Radiohead. 


Arriverà finalmente in sala anche uno dei film più “maledetti” della storia recente della Settima arte: “L’uomo che uccise Don Chisciotte” del visionario Terry Gilliam (“Le avventure del barone di Munchausen”, “Parnassus”). Nell’arco di vent’anni Gilliam ha provato a realizzare questo lungometraggio per ben otto volte, senza mai completare il lavoro per una serie infinita di contrattempi: dai problemi finanziari alla distruzione di alcuni set per alluvione fino all’abbandono, per motivi di salute, dell’attore protagonista Jean Rochefort. “L’uomo che uccise Don Chisciotte” è un viaggio tra sogno e realtà, in cui un anziano attore (Jonathan Pryce) si convince di essere l’uomo della Mancha coinvolgendo Toby (Adam Driver), un giovane e disincantato regista pubblicitario.

A novembre potremo vedere un’altra opera tormentata: “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer (“X-Men – Apocalisse”), il film sull’epopea dei Queen. Si parla di questo film da almeno otto anni. Il confronto con uno dei mostri sacri del rock come Freddie Mercury ha fatto fuggire, nel corso del tempo, alcuni attori come Sacha Baron Cohen e Ben Whishaw, che avrebbero dovuto interpretarlo in questo biopic. Il film narra la storia del leggendario frontman e della sua band, dalla formazione del gruppo nel 1970 fino al culmine della carriera, coincisa con il concerto Live Aid del luglio 1985. Tra i produttori figurano Brian May e Roger Taylor, i due membri ancora in attività dei Queen.

A ottobre uscirà invece “Soldado” di Stefano Sollima (“ACAB”, “Suburra”), con protagonista Benicio Del Toro. Il regista italiano si cimenta con il sequel di “Sicaro”, il thriller sulla lotta al narcotraffico diretta da Denis Villeneuve nel 2015. Alejandro Gillick e l’agente CIA Matt Graver decidono di tornare in Messico per scatenare una guerra tra cartelli rivali. Le loro indagini si concentrano sui tunnel che collegano Messico e Stati Uniti, in cui transitano stupefacenti, migranti e potenziali terroristi.

La nuova stagione cinematografica sarà segnata anche dal ritorno in sala di Spike Lee (“Malcolm X”, “Miracolo a Sant’Anna”) con “Blackkklansman”. Una storia ambientata negli Stati Uniti degli anni Settanta con protagonista Ron Stallworh (John David Washington), il primo detective afroamericano di Colorado Springs che, per fare la differenza, decide di infiltrarsi nel Ku Klux Klan per svelarne i crimini.

Per quanto riguarda l’animazione c’è attesa per “Gli Incredibili 2” di Brad Bird, il sequel di uno dei film più amati della Pixar, diretto dall’unico cineasta ad aver mai vinto due Oscar in questo genere grazie a “Ratatouille” e “Gli Incredibili”.  Una nuova avventura con protagonista la divertente famiglia di supereroi, piena di gag e azione.

Manca poco anche per vedere “Widows – Eredità criminale”, che segna il ritorno di Steve McQueen (“Shame”, “12 anni schiavo”) dietro alla macchina da presa. Uno dei registi più importanti degli ultimi anni porta in scena la storia di quattro vedove che, dopo aver perso i mariti rapinatori, decidono di finire il lavoro iniziato dai loro uomini.

A dicembre dovrebbe uscire in Italia “The old man and the gun” di David Lowery (“Il drago invisibile”), che presenta un cast stellare: da Robert Redford nei panni del protagonista Forrest Tucker a Casey Affleck. Il film si ispira alla vera storia di Forrest Tucker, soprannominato il “criminale gentiluomo”, che all’età di settant’anni riuscì a evadere dal carcere di San Quintino e mise a segno una serie infinita di colpi sensazionali. Circolava la voce che Redford avrebbe chiuso la carriera con questa pellicola, ma lo stesso attore ha poi fortunatamente smentito i rumor. 

lunedì 1 ottobre 2018

Box office 2017 – 18: continua la disaffezione del pubblico italiano verso il cinema




Un’altra stagione cinematografica da dimenticare, almeno guardando le presenze in sala e gli incassi dei 100 film più visti nel periodo compreso tra il primo agosto 2017 e il 30 giugno 2018. È quanto emerge dai dati pubblicati da Cinetel che monitora il 90% delle sale italiane. Complessivamente sono stati staccati 83 milioni di biglietti, 8 milioni in meno rispetto all’anno precedente, in calo del 9%. Scende anche l’incasso complessivo, passando dai 587 milioni di euro della stagione cinematografica precedente agli attuali 541 milioni di euro, con una perdita netta di 46 milioni.

Nessun titolo ha raggiunto la soglia dei 20 milioni, evento accaduto prima di quest’anno solo una volta dall’introduzione dell’euro. Il film più visto è stato “Avengers: Infinity War” con un incasso vicino ai 19 milioni di euro.

Dopo l’anno horribilis 2016-2017 prosegue dunque in Italia la disaffezione del grande pubblico verso le sale cinematografiche. Le ragioni della crisi sono conosciute e ataviche: la concentrazione della produzione nazionale sul genere della commedia, film italiani con sceneggiature pessime, una distribuzione che concentra l’offerta in pochi periodi dell’anno - creando una cannibalizzazione tra pellicole dello stesso genere da un lato, il deserto in molti periodi della stagione dall’altro - e infine, il diffondersi di nuovi tipi di fruizione dei film grazie al dilagare di nuove piattaforme e tipologie di device.

Anche il cinema a stelle e strisce non se la passa bene in Italia. Pur occupando le prime nove posizioni della top 100, il cinema “made in USA” perde 14 milioni di spettatori rispetto all’anno precedente. In Italia i film americani di genere fantasy continuano a essere meno graditi rispetto al resto del mondo. Perdono posizione anche i film di animazione e quelli adatti rivolti a tutta la famiglia. Basti pensare che il capolavoro della Pixar “Coco” ha incassato da noi soltanto 11.306.632 di euro, piazzandosi all’ottavo posto tra i 100 film più visti della stagione.

Tra le sorprese spiccano “Assassinio sull’Orient Express” e “Jumanji – Benvenuti nella giungla” che hanno superato le aspettative in termini di incasso. Un piccolo drappello di film di qualità ha ottenuto un buon riscontro di pubblico: da “La forma dell’acqua” a “L’ora più buia”, da “Il filo nascosto” a “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Un segnale che conferma l’importanza della salvaguardia del cinema d’essai e delle sale specializzate in questo segmento di mercato.

Grandi produzioni di qualità come gli attesissimi “Dunkirk” di Cristopher Nolan, “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve e “The Post” di Steven Spielberg non hanno invece fatto registrare grandi numeri al botteghino, così come “Loro” di Paolo Sorrentino uscito in due parti, che complessivamente ha incassato soltanto 6.670.761 euro. Il pubblico italiano ha accolto malissimo anche l’ultima fatica di Woody Allen, “La ruota delle meraviglie”, piazzatosi alla 48esima posizione del box office 2017 – 18.  

Una delle poche note positive di quest’ultima stagione cinematografica proviene dal cinema italiano, che ha attratto oltre due milioni di spettatori in più rispetto all’anno precedente. Nessun titolo si è guadagnato la targa di film fenomeno, né ha varcato, per la prima volta, la soglia dei 10 milioni di euro di incasso. I due titoli più importanti per gradimento di pubblico sono stati “Come un gatto in tangenziale” e “A casa tutti bene”, piazzandosi rispettivamente al nono e al dodicesimo posto nella classifica dei film più visti dell’anno. Due commedie intelligenti che hanno attratto l’attenzione del grande pubblico. Tra le pellicole che hanno superato le attese, troviamo invece “Napoli velata” e i due documentari sull’arte “Loving Vincent” e “Caravaggio – L’anima e il sangue”.
Tramontata ormai l’epoca dei cinepanettoni, i film che escono durante il periodo natalizio non si confermano più campioni della stagione cinematografica. Indice questo che i gusti del pubblico stanno cambiando e occorre adattare l’offerta per intercettarli, come scrive Franco Montini sul numero di agosto di “Ciak”. 

domenica 15 aprile 2018

“Luci della ribalta”: Chaplin getta la maschera ed esorcizza le sue paure





Nel 1952 esce nelle sale “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin. È un momento molto complesso per il grande attore e regista di origini inglesi. “Monsieur Verdoux”, il suo lungometraggio precedente del 1947, in cui Chaplin per la prima volta non indossa i panni di Charlot, ha incrinato ancora di più i già difficili rapporti con la sua terra d’adozione, gli Stati Uniti. Accusato di avere simpatie comuniste, Chaplin diventa oggetto di una campagna diffamatoria deleteria, alimentata dalla paranoia dilagante in America causata dalla Guerra Fredda. Non gli servirà nulla dichiarare davanti alla Commissione sulle attività anti-americane, sempre nel 1947, di non essere un comunista ma “un pacifista a oltranza”.

Depresso per la cattiva accoglienza di “Monsieur Verdoux” e dalla disaffezione del pubblico, Chaplin inizia a lavorare al nuovo film confessando ai suoi collaboratori che sarà il suo ultimo, grande, lavoro. In “Luci della ribalta” Chaplin esorcizza la paura-ossessione di una vita, quella cioè di essere rifiutato dal pubblico. Il nuovo lungometraggio viene ambientato a Londra, dove Chaplin è nato e ha mosso i primi passi nel mondo dei music-hall. In un certo senso il film è avvolto da un senso di nostalgia per un passato glorioso, quello legato al ruolo del clown - vagabondo Charlot. Una maschera che indossa anche Carnero, interpretato dallo stesso Chaplin, un vecchio attore – clown ormai caduto in oblio, alcolizzato e senza soldi.

Il film racconta la storia d’amore che nasce tra Carnero e una ballerina, Terry (Claire Bloom), dopo che quest’ultima ha provato a togliersi la vita. Salvata da Carnero, Terry ritrova la voglia di vivere e di ballare grazie alle cure affettuose del vecchio attore. Per riflesso, anche Carnero proverà a calcare nuovamente il palcoscenico, con risultati altalenanti, fino all’uscita di scena definitiva.


“Luci della ribalta” è un film che non invecchia mai perché, al di là della storia, racchiude delle sequenze memorabili. Come quella, onirica, in cui Carnero sogna di essere a teatro e di avere una sala piena di gente che lo acclama. All’improvviso però si accorge che gli spalti sono vuoti e si sveglia terrorizzato. Chaplin rappresenta così la paura più grande di tutta la sua gloriosa carriera, quella di non essere più amato dal pubblico. La stessa ossessione riemerge in un’altra sequenza in cui Carnero viene schernito dagli spettatori durante uno spettacolo; una reminiscenza di quanto vissuto sessant’anni prima da Chaplin in persona, quando la stessa cosa accadde alla madre durante uno spettacolo a Londra. Sommersa dai fischi per un calo di voce, il piccolo Chaplin dovette sostituirla, debuttando in un music-hall a soli cinque anni di età.

Con “Luci della ribalta” diventa centrale, per la prima volta in un film di Chaplin, anche la vecchiaia intesa come periodo di decadenza, non solo fisica, personificata da Carnero, in contrasto con la giovinezza legata all’energia e alla speranza, personificata invece dalla ballerina Terry. Nemmeno l’amore, sembra suggerirci un rassegnato e pessimista Chaplin, può unire le distanze tra questi due diversi periodi della vita. Con questa pellicola, inoltre, per la prima volta lo spettatore scopre il vero volto, stanco e afflitto, di Chaplin, nascosto per moltissimi anni dalla maschera di Charlot.

Una delle perle di questa grande opera di Chaplin è anche la presenza di Buster Keaton, seppur in un’unica, memorabile scena. Se al momento delle riprese del film Chaplin non se la passa bene, Keaton, uno dei re indiscussi del periodo aureo del cinema muto, è ormai completamente caduto nell’oblio. I due geni si sfidano a suon di trovate comiche sul set e si narra che Chaplin abbia tagliato diverse parti in cui Keaton appariva troppo divertente.

Il film si conclude con il commiato di Chaplin che mette in scena la sua stessa morte sul palco, al contempo comica e patetica: quella di Carnero, ex clown di successo come Chaplin-Charlot, ormai disprezzato dal pubblico e troppo vecchio per continuare a calcare le scene.

“Luci della ribalta”, accolto bene in Europa, segna l’addio definitivo di Chaplin agli Stati Uniti, ma non la fine della sua carriera nel mondo del cinema. Vengono venduti gli studios e cedute le quote della United Artists di proprietà di Chaplin. Per motivare la decisione di non tornare più negli Stati Uniti, dopo la prima del film tenutasi a Londra, Chaplin dichiara in un comunicato stampa di essere “vittima di calunnie e di una propaganda maligna da parte di potenti gruppi reazionari”, con “l’aiuto della stampa scandalistica americana” (David Robinson, Chaplin, La vita e l’arte, Marsilio, Venezia, 2005, p. 632).

“Luci della ribalta” è l’ultimo grande film di Chaplin, il compimento del lavoro di una vita, anche se non l’ultima opera poiché girerà altri due lungometraggi prima di porre la parola fine alla sua lunga e gloriosa carriera nel mondo della Settima arte.


domenica 25 febbraio 2018

The Post: Spielberg esalta il ruolo fondamentale del giornalismo


The Post, l’ultima fatica di quel genio di Steven Spielberg, racconta nei dettagli la storia di come il Washington Post pubblica nel 1971 i Pentagon Papers, uno studio top-secret di 7mila pagine commissionato per volere di Robert McNamara nel 1967, segretario alla Difesa sotto le amministrazioni Kennedy e Johnson. Un rapporto approfondito per comprendere la strategia e i rapporti del governo USA con il Vietnam nel periodo compreso tra il 1945 e il 1967.

Dall'ottobre del 1969, Ellsberg  Daniel Ellsberg, che lavora alla RAND Corporation, una società specializzata in analisi delle politiche pubbliche, assieme al ricercatore Antony Russo cominciano a fotocopiare i documenti segreti con l'intenzione di diffonderli per rivelare le menzogne di quattro presidenti sulla guerra del Vietnam, in cui continuano da anni a essere coinvolte decine di migliaia di ignari giovani americani. Nel febbraio 1971 Ellsberg decide di consegnare i documenti a Neil Sheehan del New York Times: la pubblicazione inizia nel giugno dello stesso anno, per un totale di 134 documenti.

Il quotidiano più importante degli Stati Uniti viene però bloccato da un’ingiunzione del tribunale. In questo contesto si inserisce il Washington Post, che grazia all’audacia e all’etica granitica del suo direttore Ben Bradlee (interpretato da un Tom Hanks in grande forma) e della sua proprietaria Katharine  Graham (una sublime Meryl Streep), pubblica i Pentagon Papers in nome della libertà di stampa, diventando da un giorno all’altro il quotidiano più influente della nazione, tanto da far tremare la Casa Bianca e il suo “oscuro” inquilino Richard Nixon. Il successo viene confermato dalla ripresa di tutti gli altri giornali americani di quanto pubblicato dal Post.

The Post non è solo un film storico ben riuscito, ma è anche un film attuale in quanto riporta al centro dell’attenzione il ruolo fondamentale del giornalismo: quello di fare inchieste per controllare l’operato dei governanti per conto dei cittadini, in nome della salvaguardia della democrazia. Come viene ben rappresentato nel lungometraggio, è fondamentale il minuzioso lavoro dei giornalisti, che mediano tra la fonte e il pubblico riuscendo a restituire la verità, seppur frammentata, su un fatto in modo che possa trasformarsi poi in Storia. 

La vittoria finale della vicenda dei Pentagon Papers dimostra la forza del giornalismo di non piegarsi mai davanti al potere per salvaguardare i principi basilari di una democrazia.
In secondo piano, l’altro grande tema portante della pellicola, è quello del ruolo della donna in una società maschilista. La Graham è una donna che si ritrova a guidare da sola il quotidiano della capitale in mezzo a intrighi politici e a squali del mondo finanziario. A corto di capitali, la Graham decide di entrare in borsa per garantire le risorse necessarie per il futuro della società e rischia tutto nel momento in cui appoggia la decisione del suo direttore di pubblicare i Pentagon Papers.
Un’azione questa che porterà a minare per sempre la leadership del vendicativo Richard Nixon: da lì a poco infatti, come conseguenza delle rivelazioni sulla guerra in Vietnam, si verificherà lo scandalo del Watergate.

Il film di Spielberg ha il pregio di portare sul grande schermo questa storia senza mai annoiare lo spettatore, grazie a un ritmo che si mantiene alto per tutta la durata del film e alla brillante sceneggiatura a prova di orologeria, frutto delle menti di Liz Hannah e Josh Singer.

The Post è quindi un’opera quasi perfetta, che si regge sulla bravura del regista, degli sceneggiatori e dei due attori protagonisti. Un film che andrebbe inserito come materiale didattico in qualsiasi scuola superiore o corso di giornalismo: il suo messaggio sull’importanza della libertà di stampa e del ruolo fondamentale dei media come “cani da guardia” dei governanti viene espresso in maniera efficace ed emozionante.


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