Camille Prekaer (Amy Adams) è una giornalista trentenne del “Chronicle” di St. Louis, alcolizzata e appena uscita da una recente riabilitazione per una grave forma di autolesionismo. Una malattia causata dai tanti traumi adolescenziali mai superati, tra cui la perdita dell’amata sorella minore Marian. Un giorno il suo capo le affida l’incarico di seguire per il giornale gli eventi che si stanno verificando a Wind Gap, in Missouri, città dove è nata. A Wind Gap, paesino di duemila abitanti dediti all’allevamento dei maiali, è morta una ragazzina, mentre un’altra è sparita. Camille accetta mal volentieri l’incarico, sapendo di doversi confrontare con la sua agiata famiglia e con i suoi vecchi demoni, che riappariranno immediatamente come incubi e allucinazioni sempre più violente non appena messo piede a Wind Gap.

Camille, una volta rientrata a casa, conosce l’ambigua sorellastra Amma (Eliza Scanlen), mentre nella sua mente inizia a riapparire sempre più spesso il fantasma di Marian, morta da piccola accanto a lei. Inghiottita in un vortice di incubi, allucinazioni e autolesionismo, che si manifesta con il desiderio di ferirsi con qualsiasi oggetto tagliente a portata di mano (il suo corpo è interamente ricoperto da parole incise sulla pelle, inerenti al suo senso di colpa per la morte di Marian e agli abusi subiti da ragazzina), Camille riesce a fatica a portare avanti il suo lavoro che le permette di entrare in relazione con il detective Richard Willis (Chris Messina). Richard è l’unica altra persona “forestiera” che sta faticosamente cercando di scoprire la verità. Il male intanto si annida nella bigotta Wind Gap, dove ognuno sembra gentile ma nasconde dei piccoli segreti. La bambina scomparsa viene trovata morta e senza denti un paio di giorni dopo l’arrivo di Camille, davanti ai suoi occhi. Si sospetta la mano di un serial killer psicopatico e le malelingue del paese indirizzano le indagini sui soggetti più deboli, tutti uomini fragili. Qualcosa di terrificante però è in agguato e aspetta di colpire Camille…
“Sharp Objects” (traducibile in italiano con “Oggetti taglienti”) è una miniserie televisiva in otto episodi tra il thriller psicologico e il genere gotico-dark, basata sul primo omonimo romanzo di Gillian Flynn (“Sulla pelle” tradotto in italiano da Piemme), prodotta da HBO e andata in onda questa estate nei Paesi anglosassoni e recentemente in Italia su Sky Atlantic. Dopo una lavorazione lunga dodici anni, la serie creata da Marti Noxon e diretta da Jean-Marc Valléé (già regista di “Big Little Lies”) ha ottenuto un ottimo giudizio della critica e, a nostro parere, a buon ragione.
Fiore all’occhiello di questa storia, che indaga il lato femminile più oscuro e violento, è il personaggio enigmatico e anticonformista di Camille, interpretato in maniera memorabile da una grandissima Amy Adams: un’antieroina controversa che, come una “splendida rosa con le spine” (viene definita così da Adora in una scena), è una giovane donna affascinante ma piena di problemi. In cerca costante di affetto e di attenzioni, non riesce a superare i suoi traumi, causati da un mix micidiale di concause: un ambiente familiare deleterio, un paese bigotto e claustrofobico pieno di vizi e pregiudizi, un rapporto difficile con gli uomini a causa di uno shock (di natura sessuale) vissuto da teenager e della mancanza della figura paterna (Camille è figlia di primo letto di Adora), e la misteriosa morte violenta e prematura della sorellina. Non meno importante Camille ha
sviluppato fin da piccola una mentalità aperta che l’ha portata a trasferirsi in una grande città molti anni prima, rompendo violentemente il rapporto con il proprio cupo passato che però riaffiora sempre nel suo inconscio. Episodio dopo episodio Camille sembra sempre più priva di energie psico-fisiche per reggere l’onda d’urto di quello che le sta accadendo dentro e fuori di sé, ma, grazie anche all’aiuto costante dell’amico-capo-padre e del detective venuto da fuori, per cui sembra in parte provare affetto, dimostra una resilienza e un’autenticità fuori dal comune.
sviluppato fin da piccola una mentalità aperta che l’ha portata a trasferirsi in una grande città molti anni prima, rompendo violentemente il rapporto con il proprio cupo passato che però riaffiora sempre nel suo inconscio. Episodio dopo episodio Camille sembra sempre più priva di energie psico-fisiche per reggere l’onda d’urto di quello che le sta accadendo dentro e fuori di sé, ma, grazie anche all’aiuto costante dell’amico-capo-padre e del detective venuto da fuori, per cui sembra in parte provare affetto, dimostra una resilienza e un’autenticità fuori dal comune.
La trasformazione di Amy Adams in Camille è strepitosa, meritevole di vincere qualsiasi premio da qui ai prossimi mesi, dai Golden Globe agli Emmy. L’attrice americana, che riveste in questa miniserie anche il ruolo di produttore esecutivo, è perfettamente calata nella parte in ogni sequenza. Un ruolo difficilissimo che le è costata molta fatica: tantissime ore di trucco per “indossare” sulle propria pelle le parole incise da Camille, giornate lunghissime passate sul set e un viaggio nel mondo più inquietante della psiche femminile. Adams riesce a trasportare con grande empatia gli spettatori nel drammatico e oscuro vortice esistenziale di Camille, trasmettendo tutta l’angoscia di una persona sola inghiottita nel proprio dolore psicofisico da cui non sembra esserci via di fuga, nonostante gli sforzi e un grande cuore. Ci ricorderemo a lungo i vari momenti di smarrimento della fragile e ipersensibile Camille trasmessi da un volto terrorizzato e trasfigurato di Adams, capace di dare al personaggio una verosomiglianza eccezionale. Pare però che purtroppo non ci sarà, almeno a breve, la seconda stagione di “Sharp Objects” proprio perché Amy Adams non vorrebbe ritornare a ricoprire nuovamente un ruolo così professionalmente logorante.

Oltre al cast “Sharp Objetcs” vanta tra i suoi pregi anche una regia molto fluida. Jean-Marc Valléé sceglie di seguire la storia dal punto di vista di Camille, riprendendo le scene con la camera a mano e seguendo molto da vicino la protagonista, messa completamente a nudo. Amy Adams ha affermato di adorare questo stile del cineasta canadese, intento a mostrare la verità e a non nascondere le imperfezioni estetiche e psicologiche femminili. Una scelta azzeccata che rende la narrazione realistica e molto coinvolgente per il pubblico.

Infine la sceneggiatura è formidabile e gli otto episodi della serie tengono alta la tensione e incollati gli spettatori fino a un finale inquietante ed enigmatico. Un racconto che, forse come mai accaduto prima d’ora, riesce efficacemente a indagare da vicino cosa può accadere a delle donne quando rabbia e abusi vengono repressi nel corso del tempo. La violenza può essere anche declinata al femminile; è un cliché pensare che sia una caratteristica solo degli uomini. Tutti questi elementi fanno di “Sharp Obejcts” una serie già cult a poche settimane dalla messa in onda, quasi come “I segreti di Twin Peaks”, capolavoro di David Lynch che ha segnato per sempre il mondo del piccolo schermo all’inizio degli anni Novanta. D’ora in avanti le prossime serie televisive incentrate su personaggi femminili, controversi e dark come quello di Camille Prekear, dovranno confrontarsi inevitabilmente con “Sharp Obejcts”. E la sfida non sarà facile da vincere.
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