domenica 7 giugno 2020

“Hammamet” di Gianni Amelio. Un film intimista sugli ultimi mesi di Bettino Craxi


Una scena del film 




A vent’anni dalla morte di Bettino Craxi, leader del Partito Socialista Italiano e forse l’ultimo vero statista del nostro Paese (almeno per quanto riguarda la difesa di una politica estera italiana autonoma), Gianni Amelio realizza “Hammamet”, un’opera coraggiosa che racconta gli ultimi sei mesi di vita di Craxi nella sua villa tunisina, con l’intento dichiarato di non proporre alcun giudizio storico o politico sulla sua vicenda. “Ho affrontato il film con la giusta distanza, senza pregiudizi”, ha dichiarato il cineasta italiano al mensile “Ciak” (numero di gennaio 2020). 

Ad Amelio non interessa una ricostruzione accurata della vicenda politica e giudiziaria di Craxi, ma immaginare come furono gli ultimi mesi di (auto)esilio ad Hammamet, per presentare un film intimista. Un “re” decaduto e malato, inviso alla quasi totalità del popolo italiano (viene menzionato l’episodio del lancio delle monetine fuori dall’Hotel Raphael di Roma, accaduto il 30 aprile 1993), alla prese con i fantasmi dei propri ex amici, i ricordi personali e la difesa del proprio operato come leader politico di fronte alle inchieste giudiziarie.

Un film che si regge quasi esclusivamente sulla bravura di Pierfrancesco Favino che interpreta il ruolo da protagonista, regalandoci un’altra performance memorabile e da Oscar dopo essere stato Tommaso Buscetta nel film “Il Traditore” di Marco Bellocchio. Una somiglianza totale con il vero Craxi: dal volto ai gesti, dai tic fino a uno straordinario uso della voce. Il rischio di esagerare e stonare era concreto, ma sia il regista che l’attore l’hanno sapientemente evitato.

In tutto il film i personaggi hanno nomi di fantasia. Per esempio la figlia di Craxi si chiama Anita, come la moglie di Garibaldi, e non Stefania. Anche il protagonista della storia non viene mai chiamato Bettino Craxi, ma solo “Presidente”. Il taglio dato ad “Hammamet” risulta quindi ambiguo, tra realtà e finzione, fino a sfociare nell’ultima scena onirica che richiama sia il cinema di Fellini che quello di Bellocchio.

La sceneggiatura difetta poi della ricostruzione storica del panorama politico italiano degli anni ‘80 e ‘90, accennato solo molto superficialmente. Il film risulta quindi poco comprensibile a un pubblico giovane che non ha vissuto quel periodo storico. Inoltre, a parte la scena iniziale del congresso, in “Hammamet” manca anche la rappresentazione del grande apparato del Partito Socialista Italiano, che governò il Paese a lungo assieme alla Democrazia Cristiana, spartendosi oneri e onori.

Amelio non fa un’operazione storica o biografica, ma realizza un film drammatico che non può però raggiungere la grandezza di pellicole quali “Il Divo” di Paolo Sorrentino e “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio. In questi film la sceneggiatura era riuscita a mettere in armonia la dimensione privata del protagonista – Giulio Andreotti nel primo caso, Aldo Moro nel secondo – con la ricostruzione del contesto socio-storico-politico, regalandoci due film che parlavano della memoria collettiva di alcune fasi storiche salienti del nostro Paese.

“Hammamet” ha senza dubbio il pregio di aver fatto tornare al centro del dibattito pubblico l’ingombrante e divisiva figura di Bettino Craxi, ricostruendone, con molte licenze letterarie, il dramma umano della parte finale della sua vita. 


mercoledì 3 giugno 2020

“Joker” di Todd Phillips








Forte della vittoria del Leone d’oro come miglior film alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’attesissimo “Joker” di Todd Philippis è approdato da poco in sala.


1981, Gotham City. Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), affetto da depressione e da un raro disturbo che gli provoca improvvisi e incontrollabili attacchi di risate, conduce una vita infelice ai margini della società. Vive con una madre malata in un quartiere degradato di Gotham. Di giorno lavora come clown per un’agenzia e di notte prova a sbarcare il lunario facendo il cabarettista. Il suo sogno, alimentato dalla televisione, è quello di diventare un comico di successo, ma ottiene solo umiliazioni, pestaggi e derisioni. Sempre più alienato e trattato come un freak, la psiche instabile di Fleck inizia a deragliare. Quando il rapporto con la madre s’incrina ed esplode l’odio per la figura di Thomas Wayne, padre di Bruce che da grande diventerà Batman, si apre in maniera irreversibile la strada verso la trasformazione in Joker.

Dopo il grande successo commerciale della trilogia “Una notte da leoni” e una filmografia costellata da commedie, Todd Phillips decide di dare una svolta autoriale alla sua carriera narrando la genesi del Joker, uno dei villain più famosi di tutti i tempi, e lo fa in modo originale e indipendente dalla serie di fumetti della DC Comics.

Una scena del film 
Un film dal forte sapore sociale e politico, che rimanda al cinema americano di rottura degli anni Settanta, soprattutto a “Taxi Driver” di Martin Scorsese. Philipps, sia sceneggiatore che regista di questa pellicola, riesce a inserire la genesi del personaggio del Joker in un contesto sociale attualissimo, dominato da cinismo, incomunicabilità, rigetto del diverso, alienazione e mancanza di politiche di sostegno ai ceti più svantaggiati.

Gotham City, che altro non è che New York, è una grande metropoli sempre più violenta e cinica.
I reati sono in aumento, così come il divario tra le condizioni di vita tra i ricchi e le persone meno abbienti. Una Gotham iperrealistica, multietnica e squallida, lontana anni luce sia da quella pop e gotica di Tim Burton, che da quella raffigurata nella trilogia dal forte sapore filosofico di Cristopher Nolan.

Un taglio socio-politico interessante quello dato da Philipps per spiegare le origini del Joker e il suo odio viscerale verso la famiglia Wayne. Un abisso dovuto alla diversa classe di appartenenza, a cui si aggiunge un odio crescente per l’ingiustizia sociale dilagante a Gotham, dove i più deboli sono dimenticati dall’establishment.

Fleck si trova a combattere da solo su tre fronti:
quello interiore contro la sua psiche instabile e il suo disturbo; quello familiare, dove la madre malata nasconde un passato torbido; quello pubblico, dominato da una società spietata contro i più fragili e in cui ogni errore costa molto caro.

Alla nascita del Joker, oltre alla madre e alla società, concorre anche la televisione e l’illusione del successo. Geniale il ruolo affidato a Robert De Niro, che qui interpreta magistralmente un anchorman di nome Murray Franklin, idolo di Fleck, che conduce un talk show in prima serata simile al celebre e longevo “Late Show with David Letterman”. Durante una puntata del suo programma, Franklin lancia in onda un video che documenta un numero di cabaret di Fleck, deridendone così tanto le capacità di comico da far trasformare definitivamente Fleck nel suo doppio malvagio Joker, nome tra l’altro affidatogli ironicamente dallo stesso conduttore.
La locandina del film

Il Joker non è altro che un (super)eroe al contrario che vuole farsi giustizia (sociale) da sé. Scelto come capo della rivolta degli emarginati di Gotham, che indossano delle maschere da clown, il Joker vuole cambiare lo status quo e ribaltare la piramide sociale di Gotham, gettandola nel caos. I fini sono nobili, i mezzi sono sanguinari. Così come il Joker è incapace di far ridere la gente, perché prima di tutto è lui stesso tragicamente infelice, allo stesso modo i suoi metodi violenti e brutali non possono condurre a niente di buono. Per questo il Joker diventerà la nemesi di Bruce Wayne – Batman, il ricco eroe difensore della corrotta Gotham.

Ciò che però rende davvero unico “Joker” di Phillips è la straordinaria performance di Joaquin Phoenix, lanciatissimo verso la corsa ai prossimi Oscar. L’attore ha fatto un lavoro straordinario sul personaggio, restituendo una “maschera” dalla forte tensione emotiva, capace di trasmettere al pubblico un ampio spettro di emozioni: dalla dolcezza alla malinconia, dalla comicità alla furia omicida. Una grande prova d’attore che fa entrare di diritto Phoenix nella storia della settima arte.

Un altro pregio del lungometraggio risiede nell’alternanza di momenti di forte drammaticità a sequenze molto poetiche, come quella memorabile del ballo sulla scalinata in cui Fleck, ormai trasformatosi definitivamente in Joker, imita Charlie Chaplin. Per la riuscita del film giocano un ruolo importante sia la fotografia di Lawrence Sher che la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, violoncellista islandese.




martedì 2 giugno 2020

“Rocketman”: la storia di Elton John in musical






“Rocketman” di Dexter Fletcher è un musical liberamente ispirato alla straordinaria vita di sir Elton John, nome d’arte di Reginald Dwight. Fletcher è già salito alla ribalta per avere finalizzato il film sui Queen “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, senza però venire accreditato.

Gli intenti del film sono chiari e dichiarati fin da subito agli spettatori, a partire dalla prima scena in cui si vede il protagonista iniziare nel 1983 una terapia di gruppo per sconfiggere i propri demoni: alcool, droga, dipendenza dal sesso e scoppi d’ira.

Un espediente narrativo, quello del musical e del racconto in retrospezione, che permette di ripercorrere in maniera brillante la straordinaria vita di una delle star più incredibili e prolifiche della storia della musica pop.

Il viaggio nei ricordi di Elton John inizia ripercorrendo la sua infanzia nella Londra degli anni Cinquanta. Reginald Dwight è un bambino timido, nato in una famiglia del ceto medio londinese. Il clima a casa è pesante a causa del rapporto teso e glaciale tra i suoi genitori. Il padre, un ufficiale dell’esercito britannico, è spesso assente ed è incapace di esprimere qualsiasi sentimento di amore verso il figlio. Solo la nonna sembra capire un po’ Reginald e lo supporta nello sviluppo del suo straordinario talento: saper suonare, fin da piccolo, il pianoforte a orecchio.

Nonostante un’infanzia infelice, priva di affetti veri da parte dei genitori e segnata anche dall’aver scoperto dal vivo il tradimento della madre verso suo padre, Reginald riesce a frequentare la prestigiosa Royal Academy of Music, dove diventa un musicista professionista eclettico.

Seguono le prime esibizioni nei locali, all’insegna sia del soul che del rock, entrambi generi musicali provenienti dagli Stati Uniti. La svolta avviene però nel 1964, quando Elton John conosce il giovane Bernie Taupin, scrittore di testi. Tra i due nasce subito un rapporto sia professionale che di amicizia destinato a durare per sempre, che porta nel 1970 alla pubblicazione della celeberrima e bellissima canzone “Your Song”, il loro primo successo internazionale.

La carriera di Elton John, che scopre la sua omosessualità, decolla anche grazie alla conquista degli Stati Uniti. Negli anni Settanta, come se fosse una macchina da guerra, il cantante britannico accumula successi musicali che si susseguono a ritmo vertiginoso, disco dopo disco, conquistando le hit parade di tutto il mondo. Come nel “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde c’è però il rovescio della medaglia: il successo ha un prezzo altissimo per il timido Elton John che, intrappolato nei meccanismi infernali dello show business, sprofonda nelle dipendenze e rimane vittima di persone, anche amanti, che approfittano del suo talento per fare soldi a palate.

“Rocketman” riesce efficacemente a portare sullo schermo la sfavillante vita di Elton John, che figura anche tra i produttori dell’operazione, alternando momenti drammatici a fughe brillanti e fantasiose verso l’universo musicale e artistico. Gli attori reinterpretano tutti i maggiori successi della star britannica e Taron Egerton, nei panni del protagonista, rende memorabile il film non solo per la sua somiglianza estetica con il vero Elton John, ma anche per la sua grande performance vocale.

Sulle note di “I’m Still Standing”, canzone che nel 1983 permise a Elton John di tornare in testa alle classifiche dopo un periodo difficile, si chiude “Rocketman”. Con toni un po’ troppo trionfalistici e da bella favola assistiamo alla vittoria totale del protagonista contro i propri vizi e al ricongiungimento simbolico del Reginald bambino, in cerca di un abbraccio da parte del padre, con il Reginald adulto, divenuto Elton John.

Un musical riuscito per capire qualcosa di più, senza annoiarsi, dell’irripetibile vita dell’ “uomo-razzo” che ha conquistato il mondo della musica pop.