sabato 28 gennaio 2012

Bastardi senza gloria: un'opera cinefila

L’ultima opera di Quentin Tarantino rappresenta l’essenza stessa del Cinema: creare storie che contagino il pubblico dal punto di vista delle emozioni. E queste non mancano per nulla in Bastardi senza gloria.

   Tarantino, genio del Cinema contemporaneo, mette in scena una storia di vendetta nei confronti dei nazisti portata a compimento da un manipolo di ebrei americani guidati da Brad Pitt. I riferimenti ai vari generi cinematografici abbondano, ma si percepisce più di tutti l’omaggio al genere western, a partire appunto dal tema della vendetta che riguarda anche Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), ebrea francese rimasta orfana dopo l’uccisione dei suoi familiari per opera delle Ss guidate dal colonnello Hans Landa (Cristoph Waltz). Quest’ultimo personaggio rappresenta il cattivo per antonomasia, che come nelle opere classiche western distrugge all’inizio della storia la vita di una persona, la quale non farà altro che sognare il giorno del saldo dei conti. Anche la colonna sonora ricorda in molti passaggi le note tipiche del genere western (il più citato è il maestro Ennio Morricone), creando l’atmosfera adatta allo scontro-duello tra i nazisti e gli ebrei vendicatori.  Inoltre, il taglio degli scalpi dei soldati tedeschi da parte del commando guidato da Aldo (Brad Pitt) rimanda sempre ai film in cui i nativi americani, visti per lo più come i nemici da sconfiggere, compivano le stesse amputazioni sui soldati della Federazione americana.

   A mio avviso le sequenze chiave di questa pellicola sono tre: quella iniziale, la sequenza ambientata nella locanda di Nadine e l’eccidio finale nel cinema di Chosanna. Nell’incipit si presenta Landa, che è il vero protagonista della storia, come il cacciatore di ebrei. Entrando nella casa di LaPaditte farà di tutto per costringere il contadino a tradire i suoi amici nascosti sotto le assi di legno del pavimento. La sequenza, abbastanza lunga, sembra scorrere via in modo tranquillo, anche perché si svolge intorno a un tavolo che dovrebbe essere un luogo di socializzazione per antonomasia. Ma chi conosce Tarantino sa che nel momento meno atteso scatterà improvvisamente la violenza; e infatti la sequenza iniziale si chiude con l’eccidio degli ebrei nascosti e la fuga di Shosanna, l’unica sopravvissuta allo sterminio.

  Una sequenza simile per costruzione, anche se più lunga e articolata, è quella ambientata nella locanda La Louisiane dove i “bastardi” devono incontrare una nota attrice tedesca (Diane Kruger) che lavora per gli Alleati. Ma, una serie di imprevisti, faranno sfuggire la situazione di mano; la tensione sale lentamente fino al massacro di tutti i presenti (si salva solo la diva tedesca, che viene ferita, ma sconterà con la vita il suo tradimento poco dopo) in un’esplosione di violenza rapida e folle che è tipica delle pellicole del regista. Quindi, anche qui, se l’ambiente sembra amichevole, in realtà la morte e la violenza si nascondono dietro l’angolo, arrivando come una catarsi dopo un’estenuante suspense creata magistralmente da Tarantino. Il sangue versato ripristina un equilibrio che è stato turbato in precedenza dai personaggi. Ed è anche un modo per terminare un capitolo della storia e passare a quello successivo.

  Parliamo ora del finale del film. Come nella struttura narrativa più classica, tutti i personaggi e le loro storie convergono in un punto-luogo finale, che qui è rappresentato dalla première di un film di propaganda tedesco “Orgoglio di una nazione”, a cui partecipano le più alte cariche del Terzo Reich, compreso Hitler in persona (che viene raffigurato da Tarantino come l’emblema della pazzia, rappresentandolo in modo grottesco). Quale occasione migliore per i “bastardi” per eliminare in solo colpo tutto l’establishment tedesco e per la giovane Shosanna di vendicarsi della scomparsa dei suoi cari? Le sorti dell’operazione però non sono nelle loro mani, ma in quelle di Landa, che, in cambio di una vita futura postbellica serena, tradirà il Reich. Dietro a Landa in realtà si nasconde Tarantino stesso: come il primo possiede la facoltà di permettere o meno la riuscita dell’operazione terroristica che permetterà di far terminare la guerra, così il regista è il padrone assoluto della storia da esso raccontata. Ed è in quest’ottica che secondo me si deve leggere la scena in cui il cinema parigino prende fuoco e il pubblico, in preda al panico più irrazionale, viene massacrato a colpi di mitra. Si tratta in sostanza di una metafora della Settima arte: il regista è il padrone assoluto del destino dei suoi personaggi, come un dio, e può decidere, come in questo caso, che il finale sia diverso e in contraddizione con la Storia vera e propria (qui gli ebrei hanno la meglio sui loro aguzzini). Inoltre, il pubblico martoriato potrebbe significare che Tarantino si “diverte” a scioccare gli spettatori inermi di fronte alle immagini violente che improvvisamente appaiono nelle sue pellicole. In questa luce può essere interpretata la proiezione della faccia ridente di Shosanna mentre il cinema prende fuoco come il “divertimento” di Tarantino nel vedere sia i suoi spettatori che i suoi personaggi terrorizzati perché non possono opporsi alla sua volontà: è lui che decide come la storia deve svilupparsi e terminare.

   Nel dramma che si consuma nelle sequenze finali, rimangono in vita solo i due duellanti principali, Aldo e Landa, che da veri nemici si rispettano a vicenda e scendono ad un compromesso. Ma l’ultima sequenza è davvero sbalorditiva, e segna l’ennesimo colpo di scena di questa pellicola: i patti vengono violati da Pitt che non risparmia nemmeno il volto di Landa. Per ricordarsi del suo passato da criminale nazista gli lascia in ricordo un segno indelebile sulla sua fronte (una svastica) che simboleggia la firma di Tarantino sul film. Come recita Pitt: “Credo proprio di aver fatto un capolavoro”. E questa è sicuramente una frase di Tarantino che ha lavorato a questo film cercando di raggiungere questo scopo. E, seppur possa sembrare un azzardo questa “autocelebrazione”, possiamo dire che il regista americano ci sia andato molto vicino, creando un’opera sui generis, ricca di colpi di scena, ma allo stesso tempo molto divertente e molto cinefila.

VOTO:  


 (già pubblicato il 9/05/2010 su Mondoattuale)

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