lunedì 29 agosto 2016

Non è un paese per vecchi



Sinossi: Texas, inizio anni ’80. Un reduce del Vietnam di nome Llewelyn Moss (Josh Brolin) trova in una zona desertica una valigetta con due milioni di dollari, abbandonata in mezzo ai resti di diversi uomini e automezzi. Il suo ritrovamento innesca una reazione a catena all’insegna della violenza:  Anton Chigurh (Javier Bardem), un killer psicopatico nichilista, gli darà la caccia, mietendo numerose vittime sulla sua strada. Nella vicenda viene coinvolto anche lo sceriffo Bell (Tommy Lee Jones), disilluso e vicino alla pensione.




I Coen rivisitano il genere western (e non solo) facendo un film postmoderno ricco di significati simbolici, basato sull'omonimo romanzo di Cormac McCarthy. I tre personaggi principali - lo sceriffo Ed Tom Bell, il killer psicopatico Anton  Chigurh e l’avido Llewelyn Moss – incarnano tutti qualcosa, portando la storia su una dimensione a tratti metafisica.

Lo sceriffo è l’antieroe coeniano per antonomasia, che viene scaraventato in una girandola di eventi sanguinosi che sembra non avere fine. Cinico e guardiano di un’etica ormai smarrita, Ed Tom Bell sembra essere consapevolmente impotente di fronte a una società sempre più corrosa nei suoi valori basilari (si pensi alla scena in cui dei ragazzini vendono a caro prezzo una giacca a Moss, ferito e in fuga). Se nei western classici spesso la Legge riusciva ad avere la meglio sui criminali, qui invece non riesce a fermare il Male, incarnato da uno straordinario  Javier Bardem nei panni di un killer, nichilista e spietato, con cui non si può scendere a patti.

Il personaggio di Moss, infine, si colloca tra questi due antipodi morali: è un reduce del Vietnam disadattato seppur onesto che a suo modo viola le regole pur di arricchirsi con dei soldi sporchi di sangue trovati casualmente. Le sue scelte, mosse da avidità  ed egoismo (due temi molto ricorrenti nella filmografia dei Coen) provocheranno solo altro male, innescando l’infinita e sanguinosa caccia di Chigurh.

Premiato nel 2008 con quattro Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista)  “Non è un paese per vecchi” è un film intenso, crudo e denso di significati, impregnato da una visione pessimista verso la società contemporanea priva di valori autentici. La pellicola si colloca sicuramente tra le opere più riuscite nella filmografia dei fratelli Coen.

VOTO: 



sabato 9 luglio 2016

Bruce Springsteen at San Siro: "Dreams are alive tonite”

Bruce Springsteen at San Siro _ The River Tour 2016


Articolo già pubblicato il 4 luglio 2016 su "Farecultura.net". 



Milano, domenica 3 luglio: "Dreams are alive tonite”. Questa la scritta creata dalla coreografia dei 60mila fan di San Siro per accogliere Bruce Springsteen domenica 3 luglio per la prima delle due date milanesi del “The River Tour”. Il Boss ha letteralmente trascinato lo stadio verso una festa lunga quasi quattro ore, eseguendo con la sua band una vasta scaletta di oltre 30 pezzi storici.


Battendo il caldo e con alle spalle quasi 67 primavere, il “ragazzo” del New Jersey ha regalato ai presenti uno show memorabile, in cui si sono alternati momenti di puro divertimento a canzoni più impegnate e soul. Il tour, organizzato per celebrare i successi targati Springsteen ed E Street Band e soprattutto il celeberrimo doppio album “The River” del 1981, era nato alla fine dello scorso anno prima come progetto riguardante solo gli Stati Uniti, per essere poi esteso anche al Vecchio Continente.

Durante lo show, aperto con "Land of Hope and Dreams" e "The Ties that Bind”, sono stati eseguiti i più grandi successi del Boss, attingendo soprattutto dagli LP “The River” e “Born in the U.S.A.”.

La poetica di Springsteen è sempre rimasta la stessa nel corso dei decenni: raccontare storie di gente comune per far emergere l’eroismo nascosto del vivere la vita di tutti i giorni. Spesso i protagonisti delle sue canzoni sono dei “perdenti” che però sanno superare le difficoltà con dignità per non sprofondare nel baratro della solitudine.


Acuto osservatore della società americana, con la sua musica il Boss ha sempre cercato di criticare l’illusorio sogno americano parlando delle condizioni reali di vita e lavorative della gente comune. Emblema di tutto ciò è l’inno “Born in the U.S.A.” che lungi da essere una celebrazione nazionalista racconta invece la tragica vicenda di un reduce del Vietnam, una critica diretta all’establishment del suo Paese per quell’intervento bellico dalle drammatiche e durevoli conseguenze umane.

L’esecuzione da pelle d’oca di “The River” rimane forse il momento più toccante della serata, con lo stadio illuminato dalle luci di migliaia di telefonini. Non meno suggestive anche le canzoni “Hungry Heart”, sulle cui note il Boss ha fatto un grande bagno di folla scendendo giù dal palco, e una prolungata “Dancing in the Dark” che ha permesso ad alcuni fortunati fan di unirsi alla band.


Ed è questo uno dei maggiori talenti di Springsteen: rompere la barriera tra la band e il pubblico per creare uno spirito fraterno di festa e gioia grazie alla musica rock. 


Non servono effetti speciali, laser e scenografie fantascientifiche per trasmettere emozioni a tre generazioni di fan; basta sudare e cantare sotto le stelle a cuore aperto fino allo sfinimento, come avvenuto in chiusura con una lunghissima performance di “Shout” portata avanti fino allo stremo delle forze.

Grintoso, carismatico e dalla tenuta fisica da maratoneta, il Boss si è sempre contraddistinto per essere uno dei performer più stacanovisti di tutti i tempi. Non è stato da meno neanche questa volta, quando, passata la mezzanotte e simulando la conclusione del concerto, è tornato da solo sul palco per regalare una versione acustica di “Thunder Road”. Una scelta molto coraggiosa dopo un lunghissimo live.  

Quattro ore di emozioni senza soluzione di continuità, in cui Springsteen e i suoi musicisti hanno donato anima e corpo al pubblico senza mai concedersi una pausa.


Lo storico soprannome di “The Boss” calza a pennello: è Springsteen a dettare la scaletta e i tempi, a cantare fino allo sfinimento senza guardare l’orologio, a suonare chitarra e armonica, a ballare e incoraggiare la band, a scherzare e divertirsi con il pubblico per celebrare la vita con la musica.

Tutte qualità della rockstar-tipo, che fanno tornare in mente le parole di Jon Landau, vero scopritore del talento di Springsteen e suo manager storico, quando a inizio carriera scrisse sulle pagine della rivista “Rolling Stone”:


“Stasera ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”.

venerdì 1 luglio 2016

Anomalisa: un film d'animazione anomalo


Già pubblicato il 20 giugno 2016 su "Farecultura.net"


Sinossi: Michael Stone, un uomo di mezza età depresso e alle prese con una grave malattia pschiatrica, marito e padre oltre che esperto di customer care e noto autore di best-seller sul tema, si trova a Cincinnati negli Stati Uniti per una conferenza. Solo e triste nell’hotel Frigoli della città, il protagonista prova a ricontattare la donna con cui undici anni aveva avuto una relazione, da lui bruscamente e inspiegabilmente interrotta. La serata sembra svolgere al peggio finché Stone non incontra una donna chiamata Lisa e qualcosa cambia improvvisamente dento di lui. L’attrazione reciproca potrebbe cambiare il corso delle loro vite.



Vincitore del Gran Premio della giuria all’ultimo festival di Venezia e candidato all’Oscar per miglior film d’animazione, “Anomalisa” è un film spiazzante e originale, che sicuramente non lascia indifferenti gli spettatori.

Diretto dal duo Duke Johnson e Charlie Kaufman, premio Oscar per la sceneggiatura di “Se mi lasci ti cancello” e regista di “Synecdoche, New York”, “Anomalisa” è interamente girato con la tecnica della stop-motion e i protagonisti sono tutti dei pupazzi.


Nonostante la banalità della trama, l’opera è significativa non solo per la ricchezza di emozioni espresse dai due personaggi principali ma anche e soprattutto per la capacità del protagonista di creare empatia con gli spettatori pur non essendo umano.

L’idea originale risiede nel fatto di ricreare uno stato d’animo di profondo malessere esistenziale ai limiti di una malattia psichiatrica nota come sindrome di Fregoli (nome dell’albergo) dando la stessa voce e il medesimo volto a tutti i personaggi. Fa eccezione proprio Lisa, che ha una voce e un volto differenti dalla “massa”, da cui il protagonista viene attratto per la sua “anomalia”, simboleggiata da una piccola cicatrice sul viso. Da qui la scelta del titolo, unione delle parole “anomalia” e “Lisa”.  

Un film d’animazione per adulti contenente una lunga scena di sesso tanto goffa quanto realistica e tenera, difficilmente realizzabile meglio con attori in carne e ossa.

Il lungometraggio, che ha raccolto numerose recensioni positive da parte dei critici (qualcuno ha parlato addirittura di capolavoro), mescola ingredienti diversi – il surrealismo, l’horror, l’onirismo - per parlare di temi esistenziali complessi come il rapporto tra i sessi e la sensazione di alienazione dell’uomo-massa contemporaneo chiuso nella gabbia della routine quotidiana come un automa amorfo e apatico.

Prodotto anche grazie al “crowdfunding” (sono stati raccolti online 406mila dollari), quindi fuori dal circuito convenzionale delle major, l’opera presenta dialoghi profondi e alcune scene memorabili perché capaci di emozionare veramente, come quando Lisa offre una toccante versione canora di “Girls Just Wanto to Have Fun”.

In conclusione, un’opera ambiziosa, originale, un po’ deludente nel finale sbrigativo, capace però di suscitare forti emozioni. O che lo si ami o che lo si odi, “Anomalisa è un film inclassificabile, strano e destabilizzante di cui, una volta entrati, si resta prigionieri” come ha ben descritto il critico cinematografico Roberto Nepoti su “la Repubblica”.


VOTO: 





sabato 11 giugno 2016

“Ave, Cesare!” dei fratelli Coen: un film sulla fede


Già pubblicato il 2 giugno 2016 su "Farecultura.net". 


Sinossi: Hollywood, anni Cinquanta. Eddie Mannix (Josh Brolin) è il “fixer”, ossia colui che deve mettere a tacere gli scandali che riguardano le più importanti star di un grande studio cinematografico, la Capitol Pictures. Fervente cattolico e professionista esemplare, si troverà a fronteggiare un caso difficile che lo metterà in crisi: il rapimento della star Baird Whitlock (George Clooney) da parte di un gruppo di sceneggiatori comunisti durante le riprese del kolossal biblico “Ave, Cesare!”.



Joel e Ethan Coen, tra i registi contemporanei statunitensi più influenti, tornano dietro alla macchina da presa per la 17esima volta con il film “Ave, Cesare!”, scelto per aprire la 66esima edizione della Berlinale.


L’ultimo film dei fratelli Coen è al contempo sia un omaggio che una parodia dell’età dell’oro di Hollywood, in un contesto storico da Guerra Fredda e di caccia alle streghe verso i comunisti anche dentro l’industria cinematografica. Con il solito sguardo ironico i Coen creano una cornice narrativa da noir, la storia principale del protagonista, per rievocare la “grandeur” del cinema americano del dopoguerra: dai film epici ai musical, dai western ai melò.

Anche in questo lungometraggio torna uno dei temi più cari alla poetica dei Coen: la fede. Di origine ebraica, i due registi-sceneggiatori hanno spesso posto al centro dei loro film questo tema, incentrando su di esso una delle loro opere migliori, “A Serious Man” del 2009.

In “Ave, Cesare!” la questione delle fede non viene affrontata solo in termini religiosi - il protagonista è ossessionato dal rito della confessione, che troviamo in apertura e chiusura della pellicola -, ma anche laici: la fede verso un’ideologia come il comunismo e il capitalismo, nel denaro e, infine, nella stessa industria cinematografica, fabbrica sia di sogni che di soldi.

Un film spassoso, non banale, più brillante nella prima parte, che regala alcune sequenze di altissima comicità come il dialogo al limite dell’assurdo tra i rappresentanti della varie religioni chiamati a esprimersi in qualità di censori sul film biblico o il maltrattamento finale riservato a Baird Whitlock, interpretato da un divertente Clooney, che subisce una doppia conversione: religiosa nella parte del centurione nel kolossal, ideologica a livello personale.

Dopo la visione del film ciò che rimane più impresso è l’ottima qualità della fotografia (affidata a Roger Deakins, storico collaboratore dei Coen), capace di far rivivere i fasti dei film classici degli anni Cinquanta, oltre che una caleodoscopica galleria di personaggi in cui si imbatte il protagonista della storia (un notevole Josh Brolin) interpretati da tantissime star: dal paziente regista Laurence Laurentz (Ralph Fiennes) alle sorelle giornaliste a caccia di scoop (Tilda Swinton), dalla regina dei film acquatici Dee Anna Moran (Scarlett Johansson) fino al breve cameo di Cristopher Lambert nei panni di un cineasta.

In conclusione, “Ave, Cesare!” è un buon film d’intrattenimento sicuramente riuscito, meno banale di quello che potrebbe sembrare a prima vista, perché capace di narrare con (auto)ironia la grandezza dell’età dell’oro di Hollywood, ma anche di mostrare, seppur in chiave parodistica, il lato meno nobile del “regime degli studios” che controllavano qualsiasi aspetto della vita degli attori, sulla cui carriera avevano potere di vita e di morte, come se fossero delle divinità moderne. 




domenica 5 giugno 2016

Waterloo: un film epico




Sinossi: Aprile 1814: Napoleone Bonaparte abdica dopo aver perso una battaglia decisiva a Lipsia contro le altre potenze europee coalizzate. L’Imperatore viene esiliato all’Isola d’Elba da dove riesce però a sfuggire. Iniziano così i “cento giorni”: dal ritorno a Parigi all’ultima epica battaglia a Waterloo contro le truppe alleate anglo – prussiane, che segnerà il definitivo tramonto dell’ “Aquila imperiale” e l’inizio dell’oblio a Sant’Elena.



Il film “Waterloo”, diretto dal russo Sergei Bondarchuk, è un kolossal storico-epico del 1970 prodotto da Dino de Laurentiis assieme a una società di produzione sovietica. Girato in parte in Ucraina (esterni) e in parte in Italia (interni), fu uno dei film più costosi mai realizzati, con oltre sei mesi di riprese e l’impiego di qualcosa come 17mila comparse (15mila fanti e 2mila cavalieri), tutte provenienti dall’esercito sovietico.

La pellicola vinse due Befta (costumi e scenografia) e il David di Donatello “ex aequo” per miglior film dell’anno, ma ottenne uno scarso successo al box office, tanto da non permettere di recuperare gli ingenti costi di produzione. 

Il parere dei critici sull’opera di Bondarchuk è sempre stato poco unanime, anche a distanza di molti anni. Nonostante alcune inesattezze storiche e al di là del giudizio soggettivo sull’interpretazione degli attori principali (Rod Steiger nei panni di un “pacato” e rassegnato Napoleone, Cristopher Plummer in quelli del freddo e astuto Duca di Wellington, cameo del “grande” Orson Welles nella parte del pingue Luigi XVIII), il film riesce a ricreare il pathos di un grande scontro epico per il futuro dell’Europa, descrivendo minuziosamente le fasi della battaglia seppur in modo molto didascalico.

Rimane un lavoro memorabile sia per le scene con migliaia di comparse e cavalli (si pensi per esempio all’epica e deleteria carica di cavalleria del Maresciallo Ney ricostruita senza l’ausilio della computer graphic), immortalate da grandiose riprese aeree, sia per le musiche (di un certo Nino Rota) che in ogni sequenza enfatizzano la drammaticità della battaglia tra i francesi guidati da Napoleone e le truppe alleate anglo-prussiane guidate dal Duca di Wellington e dal Feldmaresciallo Blucher.

La sceneggiatura risulta per forza di cose priva di guizzi perché la pellicola ha una finalità unica dichiarata: ricostruire nella maniera più veritiera possibile i fatti storici del giugno 1815, compresi i dialoghi e le frasi celebri.

Consigliato per gli appassionati di film storici e di guerra, oltre che per chi si interessa di storia militare e del periodo napoleonico.


VOTO:                                 

         




domenica 29 maggio 2016

Café Society: l’ultimo film di Woody Allen

Café Society, il 47esimo lavoro di quel genio chiamato Woody Allen, ha aperto fuori concorso la 69esima edizione del Festival di Cannes, suscitando riscontri positivi dalla critica.

La storia è ambientata nei magici anni Trenta, tanto cari al regista newyorchese, visti come un’ “età dell’oro” al tramonto: il divismo di Hollywood, la musica jazz, ma anche l’avvicinarsi degli anni cupi della Grande Depressione.

Il film racconta la storia di Bobby (Jesse Eisenberg), giovane d’origine ebraica che lascia la Grande Mela per recarsi a Los Angeles dallo zio produttore di Hollywood (Steve Carell). Tenta la carriera nel mondo nel cinema, non ottenendo il successo sperato, ma riesce a trovare l’amore grazie a Vonnie (Kristen Stewart). Bobby desidera sposarla e tornare a New York, ma Vonnie all’ultimo momento decide di sposare lo zio, di cui era già l’amante. Il ragazzo torna quindi a casa dove inizia a gestire il locale del fratello e mette su famiglia. Tempo dopo rincontrerà Vonnie, e nulla sembrerà cambiato dal loro ultimo incontro.

Allen, con questo suo primo film girato in digitale, riflette sul mondo cinico di Hollywood, oggi come ieri:

"Hollywood, come qualsiasi ambiente, è competitivo, tutti spingono per arrivare in cima alla piramide. Questo succede quando la gente non realizza film perché non può farne a meno, spinta da un’esigenza irrefrenabile, ma lo fa per intrattenere e fare soldi. Non è una brutta cosa, ma è differente”.

Come in tutte le opere di Allen, anche per questa è stata dedicata grande attenzione alla fotografia, affidata al maestro Vittorio Storaro.

Il film è nato come un libro, raccontato dalla voce fuori campo dello stesso regista.

Allen ha scherzato in conferenza stampa sulla sua longevità e sulla sua capacità di sfornare un film all’anno, rassicurando che non ha nessuna intenzione di andare in pensione:

“Ho 80 anni? Non ci credo. Semplicemente mangio bene, faccio esercizio, e ho vinto a tombola, visto che vengo da una famiglia, dei genitori, che sono vissuti anche fino a 100 anni. Mi sento giovanile, sapete, anche se so che una notte mi sveglierò e mi prenderà un colpo, e finirò sulla sedia a rotelle e mi additeranno dicendo, ‘ma ti ricordi chi è? Woody Allen, era un regista’. Fino a quel momento rassegnatevi, continuerò a fare film fino a che ci sarà gente così folle da darmi i soldi per farli”.

In attesa di conoscere la data di uscita italiana di “Cafè Society”, non ci resta che accontentarci guardando il trailer ufficiale.




sabato 30 aprile 2016

“La casa per bambini speciali di Miss Peregrine”: il nuovo film di Tim Burton



Si chiamerà “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” (Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children) il nuovo film di Tim Burton e uscirà in Italia a gennaio 2017.

Tratto dall’omonimo romanzo di Ransom Riggs, pubblicato in Italia da BUR, la pellicola narra la storia del sedicenne Jacob in cerca della verità sulla morte di suo nonno, assassinato da un “holow”, una creatura malvagia che il ragazzo ritiene essere il frutto della sua immaginazione.

Durante la sua ricerca, il protagonista incontra una ragazza di nome Emma che, attraverso un vortice spazio-temporale, catapulterà Jacob nel mondo di Miss Peregrine e dei suoi “bambini speciali”.

Dopo “Big Eyes” (2014), film in che ha segnato una discontinuità nella filmografia burtoniana per quanto riguarda in parte lo stile e soprattutto il soggetto (una storia vera), il maestro indiscusso del cinema gotico popolato da “freak” torna a raccontare una fiaba “dark” piena di strani personaggi e mostri.

"Quando mi hanno chiesto se avrei voluto dirigere Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, – ha dichiarato il regista californiano – mi hanno dato un riassunto del romanzo con tutte le foto contenute nel libro. Sono stato immediatamente catturato dalle inquietanti e misteriose immagini nel romanzo di Ransom Riggs e ho capito che volevo raccontare la storia di quei bambini”.

L’autore del romanzo, a sua volta, si è dichiarato onorato ed “elettrizzato” per aver visto Tim Burton gettarsi anima e corpo in questo progetto.

Nel cast, ricchissimo, figurano dei pesi massimi del calibro di Eva Green (Miss Peregrine), Samuel L. Jackson, Judi Dench e Terence Stamp.

Dal trailer ufficiale in lingua originale sembra che il connubio tra Tim Burton e il romanzo "particolare" di Ransom Riggs possa funzionare a meraviglia. Non ci resta che aspettare pazientemente fino a gennaio per rimanere ancora una volta “elettrizzati” dal visionario regista.


venerdì 22 aprile 2016

David di Donatello 2016: il trionfo di “Jeeg Robot”

Articolo già pubblicato su Artintime il 20 aprile 2016.



David di Donatello 2016
Alla 60esima edizione dei David di Donatello il film “Lo chiamavano Jeeg Robot” dell’esordiente Gabriele Mainetti ha sorpreso tutti, portandosi a casa sette premi così come “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone.

L’opera prima di Mainetti, grande caso dell’anno al botteghino, si è aggiudicata i David nelle categorie miglior regista esordiente, miglior montaggio, miglior produttore e in tutti i premi dedicati agli attori: migliori protagonisti Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli, migliori non protagonisti Luca Marinelli e Antonia Truppo.


Gabriele Mainetti - David di Donatello 2016
Anche il fantasy di Garrone, presentato l’anno scorso a Cannes, ha conquistato sette riconoscimenti, a partire dalla miglior regia. Il film è stato apprezzato soprattutto sul piano tecnico-estetico, vincendo nelle categorie: miglior scenografia, migliori costumi, miglior trucco, miglior acconciatore, migliori effetti digitali e miglior fotografia.

Contro ogni pronostico della vigilia, il premio più prestigioso, quello per miglior film, è stato assegnato alla commedia “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese. Una storia “social”, premiata anche come miglior sceneggiatura, incentrata su una cena tra amici in cui viene proposto per gioco di condividere ogni conversazione prodotta tramite il proprio smartphone.

“Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino si è aggiudicato solo i David per la miglior canzone e la miglior colonna sonora, mentre “Non essere cattivo” di Claudio Caligari ha vinto nella categoria miglior fonico di presa diretta.


Paolo Genovese - David 2016
Il documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, è sorprendentemente uscito a mani vuote dalla premiazione.

Infine, una nota sulla cerimonia di premiazione trasmessa in esclusiva da Sky Cinema. Un’edizione in netto contrasto con il passato “noioso” targato Rai: è stato un momento di grande televisione, glamour e  pimpante, grazie anche alla conduzione di Alessandro Cattelan e alla potente macchina produttiva messa in campo. Toccanti poi i momenti dedicati alla commemorazione di Ettore Scola, scomparso a gennaio, e l’omaggio al maestro Ennio Moricone fresco di Oscar. L’operazione di rilancio dei David è sicuramente riuscita.

giovedì 7 aprile 2016

Rogue One: A Star Wars Story - Trailer italiano Ufficiale



Ecco il trailer italiano ufficiale dell'attesissimo "Rogue One - A Star Wars Story", il primo dei tre spin-off della saga Star Wars. Diretto da Gareth Edwards, il film narra la storia di alcuni ribelli impegnati a rubare i piani di costruzione della Morte Nera. La vicenda copre l'arco temporale che va da "La vendetta dei Sith" (2005) a "Una nuova speranza" (1977), creando un ponte narrativo tra le due prime trilogie della saga. 

Il nuovo episodio targato Star Wars uscirà in Italia probabilmente il 14 dicembre 2016. Nel cast troveremo: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Donnie Yen, Jiang Wen, Forest Whitaker, Mads Mikkelsen, Alan Tudyk e Riz Ahmed.





lunedì 4 aprile 2016

FCAAAL 2016: Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Articolo già pubblicato su ArtinTime il 4 aprile 2016.



Parte oggi a Milano la 26esima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – FCAAAL, organizzato dall’Associazione Centro Orientamento Educativo – COE, prima e unica kermesse italiana dedicata alle cinematografie e alla culture dei tre continenti, in programma fino al 10 aprile.

In occasione della XXI Triennale, per la prima volta il Festival verrà aperto questa sera alla Triennale con la proiezione in anteprima italiana dell’ultimo lavoro di Takeshi Kitano Ryuzo and the Seven Henchmen (Ryuzo e i sette compari). Il celebre regista nipponico, Leone d’oro nel 1997 a Venezia grazie a Hana-bi (Fiori di fuoco), torna alla commedia con un film divertente che vede come protagonisti sette anziani interpretati da celebri attori giapponesi.

Il programma cinematografico del FCAAAL darà spazio anche quest’anno al film “evento”, mantenendo il format dell’alternanza tra cinema di finzione e documentari in un’unica sezione in cui competeranno 10 opere, per lo più di giovani registi emergenti: il Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo.


I film in concorso saranno giudicati da una giuria internazionale composta da tre esperti che assegnerà il Premio al Miglior Film e da una giuria di giornalisti italiani che attribuirà il Premio al Miglior Cortometraggio Africano e al Miglior film della sezione “Extr’A” dedicata ai film italiani girati nei tre continenti o incentrati sul tema dell’immigrazione in Italia.

Nella sezione “Flash” si potrà vedere invece il meglio del cinema contemporaneo che racconta e interpreta l’attualità africana, asiatica e sudamericana.

In linea con il tema portante della XXI Triennale 21st Century. Design after Design e con il palinsesto di eventi Ritorni al Futuro patrocinato dal Comune di Milano, il Festival porta per la prima volta in Italia la mostra fotografica Designing Africa 3.0: un’ampia selezione di fotografia provenienti dalla sesta edizione del LagosPhoto Festival, la prima kermesse internazionale dedicata alle arti visuali e alla fotografia contemporanea in Nigeria. La mostra, ospitata al Festival Center nel casello ovest di Porta Venezia, è incentrata sul fil rouge che lega il design contemporaneo africano alle più ancestrali tradizioni del continente.

Infine, per la prima volta il Festival lancia quest’anno anche un contest video assieme a Zooppa e Lenovo: #Italy2050, per raccontare attraverso un video di massimo 2 minuti l’Italia multiculturale del futuro. Si tratta del primo contest culturale di Zooppa, social network italiano che nel tempo si è trasformato nella più grande community di crowdsourcing per la produzione di contenuti creativi.