sabato 14 ottobre 2017

“Dunkirk”: Cristopher Nolan riscrive il genere bellico-storico




A tre anni dal poco convincente “Interstellar”, il cineasta britannico Cristopher Nolan torna con “Dunkirk” dietro alla macchina da presa per portare sul grande schermo una delle pagine di storia più importanti della Seconda guerra mondiale: l’epica evacuazione delle truppe alleate - britanniche e francesi - dalla città portuale di Dunkerque.

Tra il 24 maggio e il 4 giugno 1914, a seguito dello sfondamento tedesco del fronte francese, 400 mila soldati del Regno Unito, Belgio e della Francia furono protagonisti della grande operazione di reimbarco chiamata “Dynamo”, portata a termine grazie all’utilizzo di numerose imbarcazioni civili inglesi. Una vicenda che permise al Regno Unito di salvare il proprio esercito e di continuare la resistenza a oltranza contro l’espansione nazista, segnando una pagina memorabile nella storia nazionale britannica.

È la prima volta che il geniale cineasta si cimenta con un fatto storico e lo fa a modo suo, riscrivendo completamente il genere del “war movie” e creando un’opera con la quale i futuri registi del genere bellico e storico si dovranno per forza di cose confrontare.

Nolan, che firma ancora una volta la sceneggiatura, decide di raccontare questo importante episodio storico da tre punti di vista diversi: terra, mare e aria. Inoltre, le vicende dei personaggi seguiti da vicino, accadono in tre archi temporali diversi: una settimana (i soldati in attesa di tornare a casa), un giorno (la durata della traversata dell’imbarcazione civile Moonstone) e un’ora (la missione di volo del pilota di uno Spitfire).

Al centro del film, straordinario dal punto di vista della fotografia (è consigliata la visione in Imax per gustare le scene girate in 70 mm), si trova lo scorrere del Tempo. Una vera e propria ossessione per Nolan che, sul Tempo, ha costruito numerosi suoi capolavori come “Memento” e “Inception”. Il suo fluire inesorabile, verso la salvezza o la morte, è chiaramente scandito dal suono di un ticchettio di sottofondo.

Nolan è stato molto abile nel montaggio, incastrando tra loro i tre piani narrativi e temporali come delle tessere di un puzzle e creando un ritmo veloce, tipico dei film thriller, in cui suspense e tensione la fanno da padrona.

I dialoghi sono quasi del tutto assenti in “Dunkirk”, ma il film è notevole sul piano emotivo grazie all’attenzione per i dettagli: paura, frustrazione e solitudine vengono comunicate agli spettatori tramite i volti dei protagonisti. Il pubblico si sente completamente immerso nei tre scenari bellici - terra, cielo e mare - grazie anche all’eccellente bravura tecnica con cui sono state girate le varie sequenze d’azione (straordinarie quelle aeree).

Il cast, composto sia da attori noti (Tom Hardy, Kenneth Branagh, Mark Rylance e Cillian Murphy) sia da giovani esordienti (da Fionn Whitehead a Harry Styles, cantante del gruppo degli One Direction), è completamente calato nella parte, anche se qui erano richieste capacità espressive più che bravura nella recitazione.

Nolan, al suo decimo lungometraggio, è riuscito a firmare un grande film, raccontando la (dis)umanità della guerra senza adoperare né la retorica (molto ricorrente nel genere storico-bellico), né i dialoghi, né il sangue. Qualcuno potrà interpretarlo come un film patriottico, pro Brexit, leggendo magari tra le righe il messaggio che “la Gran Bretagna ce l’ha fatta sempre da sola”, ma a nostro avviso è fuorviante trovare una chiave di lettura politica in un capolavoro del genere. 

VOTO:  


sabato 30 settembre 2017

ll cinema italiano 2016-2017: chi l’ha visto?





Analizzando i 50 maggiori incassi della stagione cinematografica 2016-2017 (fonte: Cinetel) si nota come il cinema italiano sia sparito completamente dal box office. Non era mai accaduto che tra i primi dieci incassi non figurasse una pellicola italiana. Nella stagione precedente, invece, Quo vado? di Checco Zalone era riuscito a raggiungere l’incasso record di 65 milioni di euro, salvando quasi da solo la quota di mercato del nostro cinema, crollata in quest’ultima stagione dal 60 al 18,5%: la peggiore performance degli ultimi dieci anni. La crisi della produzione nazionale è evidenziata anche da un altro dato, quello dei biglietti venduti, passati da 31,3 a 17,6 milioni di euro, quasi la metà della stagione precedente.

Una crisi che rischia di diventare cronica e che nasce da lontano. In primis dall’insistenza della produzione nazionale su certi generi commerciali – in particolare la commedia tendente al comico o al demenziale e i cinepanettoni – e sull’impiego degli stessi attori noti. Non a caso la top 3 dei film italiani per incasso è completamente costituita da commedie interpretate da celebri attori comici: Mister Felicità (13esimo posto con 10.164.635 euro), Poveri ma ricchi (21esimo posto con 6.832.893 euro) e Natale a Londra – Dio salvi la Regina (36esimo posto con 4.320.977 euro).

Un altro trend negativo, che non fa bene al cinema nazionale, riguarda la scarsa qualità della scrittura di film commerciali, che spesso ruotano intorno a storie banali con pochi approfondimenti dei personaggi. Bisognerebbe sostenere di più il cinema italiano d’autore e i giovani registi, perché senza idee originali non può avere un futuro longevo tutto il comparto.

Non va infine dimenticato, tra le cause di questa crisi, anche l’atavico vizio delle scelta distributiva nazionale che concentra l’offerta in pochi mesi all’anno, creando una cannibalizzazione tra pellicole dello stesso genere da un lato, il deserto in molti periodi della stagione dall’altro.

Al di là della performance negativa della produzione nazionale, nell’ultima stagione ci sono stati complessivamente meno spettatori rispetto all’anno precedente: 95 milioni di biglietti contro i 104 milioni e mezzo. Indice questo che la gente va sempre meno in sala e preferisce vedere i film via streaming o scaricandoli dal web. Come rimedio occorrerebbe una maggiore educazione al cinema fin dalla scuola. 

Se il cinema italiano affonda, guadagna quota di mercato quello americano, passando dal 55,5 al 64,5%. Tra i dieci maggiori incassi dell’ultima stagione, tutti di matrice anglosassone, nove posizioni sono occupate da pellicole made in USA e il cinema d’animazione la fa da padrone. Al primo posto del box office si piazza La Bella e la Bestia, con un incasso di 20.472.705 milioni di euro. Quasi una metafora del confronto tra la produzione cinematografica americana e quella nazionale: la bella e la bestia appunto.

domenica 17 settembre 2017

I film più attesi della nuova stagione




La nuova stagione cinematografica si preannuncia ricca di emozioni. Sono tanti i film interessanti in uscita nei prossimi mesi. A cominciare dall’ultimo lavoro di Cristopher Nolan, Dunkirk, appena approdato nelle sale italiane, per non parlare di uno dei sequel più attesi nella storia del cinema, Blade Runner 2049 e dell’ottavo episodio della saga Star Wars.

È uscito da pochi giorni in Italia Dunkirk, l’ultimo film di quel genio di Cristopher Nolan, uno dei registi più importanti dell’ultimo ventennio e autore di numerosi film cult quali Memento, la trilogia legata a Batman, The Prestige e Inception. Reduce da Interstellar, il film che forse ha convinto di meno la critica, Nolan torna dietro la macchina da presa per girare uno dei war movie più sorprendenti del nuovo millennio. Accolto molto bene dalla critica, il film racconta l’evacuazione via mare delle truppe alleate nel 1940 nei pressi di Dunkerque. Una storia in cui trionfano più le immagini che i dialoghi e l’umanità dei protagonisti in un contesto bellico.



C’è grande attesa per l’uscita a ottobre di Blade Runner 2049, il sequel del capolavoro del 1982 targato Ridley Scott. Diretto da Denis Villeneuve, la storia è incentrata sulla ricerca dell’agente K (Ryan Gosling) di Rick Deckard (Harrison Ford), un ex blade runner scomparso più di trent’anni. Un film molto rischioso in compagnia di Harrison Ford: sarà dura reggere il confronto con il primo capitolo che ha segnato il genere della fantascienza sul grande schermo.



Sempre a ottobre uscirà un film italiano con protagonista il grande Toni Servillo: La ragazza nella nebbia. Donato Carrisi, scrittore, giornalista e sceneggiatore pugliese, esordisce alla regia portando in scena il suo sesto, omonimo romanzo pubblicato nel 2015. Un giallo incentrato su una sedicenne scomparsa sulle Alpi che vede il ritorno di Servillo nei panni di un poliziotto, sette anni dopo il bel film La ragazza del lago.

Si preannuncia interessante anche The Promise in arrivo a novembre. Diretto da Terry George, il film è incentrato sulla storia del genocidio degli armeni, avvenuto in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale. Mikael Boghosian (Oscar Isaac), uno studente di medicina armeno, conosce la bellissima Ana Khesarian (Charlotte Le Bon) e il suo compagno Chris Myers (Christian Bale), giornalista americano. Un film che non piacerà molto alle istituzioni turche visto l’argomento trattato.



A dicembre arriverà nelle sale italiane l’ultimo lavoro di George Clooney, Suburbicon, presentato in questi giorni al festival di Venezia. Nato dalle penna dei fratelli Coen, il film racconta la storia di una famiglia americana di periferia che, a seguito di un’infrazione, sarà coinvolta in una vicenda segnata dalla vendetta, ricatto e tradimento. Un sodalizio sempre più forte quello tra Clooney e i Coen, che potrebbe portare la pellicola a essere una delle protagoniste della prossima notte degli Oscar anche grazie a un grande cast, in cui figura tra gli altri Matt Damon.





Sotto le feste natalizie arriverà l’attesissimo nuovo episodio (l’ottavo della saga, il secondo della nuova trilogia) di Star Wars: Gli ultimi Jedi, diretto da Rian Johnson. Per il terzo anno di fila, la saga nata dalla mente di George Lucas, ci accompagnerà a fine anno per riprendere la storia iniziata con Il risveglio della forza. Luke Skywalker (Mark Hamill), in esilio volontario sul pianeta Ahch-To, si impegnerà ad allevare le nuove leve Jedi per sconfiggere le forze del Lato Oscuro.





Infine, anche quest’anno, non mancherà il nuovo lavoro di Woody Allen. Wonder Wheel (uscita prevista a Capodanno) racconterà una storia d’amore ambientata negli anni Cinquanta a Coney Island, sede del famoso lunapark di New York. Ai piedi della Wonder Wheel Ginny (Kate Winslet) cerca di corteggiare il guardiaspiaggia Mickey Rubin (Justin Timberlake), ma in mezzo si intrometteranno molti ostacoli. Nel film comparirà anche Jim Belushi, uno dei protagonisti della nuova stagione di Twin Peaks diretta da David Lynch. Una storia in pieno stile alleniano che ci accompagnerà nel nuovo anno. 




mercoledì 17 maggio 2017

Ritorno a Twin Peaks 25 anni dopo




L’attesa sta per terminare. Manca ormai poco alla messa in onda della terza stagione di “Twin Peaks”, la serie cult frutto della mente visionaria di David Lynch e della penna di Mark Frost che rivoluzionò il panorama televisivo mondiale all’inizio degli anni Novanta.

Una storia inquietante, capace di mescolare tra loro elementi disparati come la commedia, l’horror, il thriller, la fantascienza e il soprannaturale. Una serie costruita su intricati misteri, a partire dalla morte di Laura Palmer, cui il protagonista, l’agente Cooper, era chiamato a dare una soluzione non tanto con l’ausilio della razionalità ma sfruttando la sua capacità di interpretare i sogni e di connettere il mondo dei vivi con quello dei morti, come un novello “sciamano”. Un’indagine, anche morale, nel profondo della provincia americana che nasconde di più di quello che si possa credere dall’esterno. 

Non un “reboot” e nemmeno un “prequel”: la storia riprende esattamente 25 anni dopo (ma in realtà dal 1991 sono passati 26 anni) i fatti raccontati nel finale della seconda stagione, contraddistinto dalla “profezia” di Laura Palmer (“Ci rivedremo tra 25 anni!”) e dall’ultima, sconvolgente, sequenza in cui il protagonista (l’agente Dale Cooper - Kyle MacLachlan), ritornato dalla Loggia Nera, specchiandosi nel bagno della sua camera d’albergo, ritrovava il ghigno malefico di Bob.

I primi due episodi della nuova stagione verranno presentati in anteprima al Festival di Cannes, in programma dal 17 al 28 maggio, mentre l’intera serie (18 episodi, tutti diretti da Lynch) andrà in onda in Italia su Sky Atlantic a partire dal 26 maggio.

Cosa è successo nel frattempo all’agente Cooper? Bob seminerà ancora morte e distruzione nella piccola cittadina statunitense? Sarà finalmente svelato il mistero della Loggia Nera e dei suoi strani abitanti? Queste sono solo alcune domande che tormentano i fan da anni, in attesa di una risposta. Sulla trama dei nuovi episodi è stato conservato il massimo riserbo. 

Sappiamo solo che saranno presenti alcuni personaggi già familiari: l’agente Cooper, Shelly (Mädchen Amick), Bobby (Dana Ashbrook), Audrey (Sherilyn Fenn) e Laura Palmer/Maddy Ferguson (Sheryl Lee). Tanti saranno anche le “new entry” del cast: Laura Dern, Jim Belushi, Michael Cera, Tim Roth, Naomi Watts, Jennifer Jason-Leigh e Monica Bellucci, oltre a Trent Reznor.
David Lynch vestirà di nuovo i panni di Gordon Cole, il capo regionale dell’FBI, ipoudente e gentile.

Un’altra notizia certa è che la colonna sonora sarà ancora una volta firmata da Angelo Badalamenti, stretto collaboratore del regista, creatore della sigla-tormentone di “Twin Peaks” le cui note resero più inquietanti le serate di milioni di telespettatori all’inizio degli anni Novanta.

Pochi giorni fa il cineasta statunitense, in un'intervista al “Sydney Morning Herald”, ha dichiarato: "Le cose sono cambiate molto. Molti film non stanno andando bene al box-office anche se potevano essere lungometraggi grandiosi, mentre i titoli che stavano andando bene non erano cose che avrei voluto realizzare. Se “Inland Empire” rimarrà il mio ultimo film? Sì".

Manca poco quindi all’ultimo episodio della grande carriera cinematografica di David Lynch, ma nel frattempo ci potremo godere i nuovi “misteri” di Twin Peaks, la serie televisiva più inquietante di tutti i tempi.






domenica 5 marzo 2017

Silence di Martin Scorsese




L’ “assordante” silenzio di Dio è al centro dell’ultimo, attesissimo film di Martin Scorsese intitolato “Silence”. Un’opera cui il celeberrimo regista americano ha lavorato per quasi trent’anni, ispirata dall’omonimo romanzo “Silenzio” dello scrittore giapponese cattolico Shusako Endo.

Nel XVII secolo due gesuiti portoghesi - Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) - partono per il Giappone alla ricerca di padre Ferreira (Liam Neeson), loro mentore scomparso dopo aver abiurato.  Sull’arcipelago nipponico, intanto, continuano le cruenti persecuzioni contro i cristiani per volere dello spietato inquisitore Inoue (Issei Ogata).

I due gesuiti, una volta giunti in Giappone, cercano di portare avanti la loro missione di evangelizzazione, dando sostegno alle comunità locali convertitesi al cristianesimo, interpretato in una forma ibrida contaminata da elementi derivanti dal buddismo. Con il passare del tempo, i due preti realizzano di essere la principale fonte di pericolo per i contadini che li hanno accolti e nascosti dalla spietata caccia dell’Inquisitore, che non esita a torturare  gli abitanti dei villaggi per ottenere l’atto di abiura nei confronti della fede cristiana. Il rito formale consiste nel calpestare un’immagine sacra raffigurante Gesù.

Tra personaggi deboli e forti che ricordano i protagonisti del Vangelo, i due giovani gesuiti comprendono di aver peccato di superbia perché il prezzo da pagare per professare la fede cristiana in Giappone è troppo alto per chiunque e che entrambi non possono far sacrificare la vita di tanti contadini analfabeti in nome di una religione estranea alla cultura orientale e che non hanno neppure interiorizzato fino in fondo.

Rodrigues, una volta catturato dall’Inquisitore a Nagasaki, attraversa una crisi mistica: un calvario la cui storia diventa, col passare dei minuti, sempre più simile a quella di Gesù, in un rapporto dialettico tra santità e fragilità umana che si risolverà in una sorta di compromesso pratico , permettendo di far risparmiare un ulteriore e inutile spargimento di sangue innocente.

Un altro tema al centro di questo bellissimo film, perfetto dal punto di vista visivo, è quello dell’abbandono, visto da un triplice punto di vista: come allontanamento dalla fede, come “assordante” silenzio di Dio (“Padre, perché mi hai abbandonato?” dice Gesù nel Vangelo) e, infine, inteso come capacità di abbandonarsi completamente a Dio nonostante il suo apparente silenzio.


Tra i pregi di “Silence” c'è la volontà del regista di ribaltare spesso prospettiva, facendo comprendere come dal punto di vista giapponese i missionari cristiani rappresentino in realtà una minaccia colonizzatrice occidentale e dei “selvaggi” incapaci di comprendere gli usi e costumi locali, mettendo a repentaglio la stessa società giapponese basata sulla cultura buddista.

Scorsese costruisce così un film binario e palindromo, aperto a più interpretazioni, senza forti prese di posizione da parte del regista che invece mostra le ragioni e i torti sia dei cristiani occidentali che dei giapponesi buddisti. 

Uno scontro di civiltà e di religione aperto, dove tutti i discorsi teologici e politici passano in secondo piano rispetto alla reale sofferenza della povera gente che, in un “silenzio assordante”, è vittima dello stesso martirio di Gesù Cristo sulla croce.

Le dicotomie Bene-Male, e superbia e santità, sono le colonne portanti di “Silence”, un film che non può lasciare indifferenti gli spettatori perché capace di colpirli non solo sul piano estetico (grazie anche alle scenografie e ai costumi a cura dei maestri italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo), ma anche su quello dell’inconscio, indagando a fondo sia la natura umana che il tema della fede.







sabato 14 gennaio 2017

Quando Dracula disse no a “Frankenstein”



Nella vita, sia professionale che privata, basta una scelta sbagliata per condizionare profondamente il proprio futuro. Lo spiegava bene Peter Howitt nel suo celeberrimo film “Sliding Doors” del 1998 incentrato sul tema del destino. 
Un caso clamoroso è quello che riguardò Bela Lugosi - il primo, immenso, conte Dracula del grande schermo -, quando decise di non interpretare il “mostro” nel film “Frankenstein” del 1931, diretto da James Whale. Una scelta che gli avrebbe inesorabilmente condizionato la carriera, con gravi ripercussioni anche sulla propria salute.

Bèla Ferenc Dezsö Blaskó, di cui si è celebrato lo scorso agosto il cinquantenario dalla morte, nasce il 20 ottobre 1882 a Lugos (oggi Lugoj, Romania). A dodici anni scappa di casa per inseguire il suo sogno di fare l’attore, idea che ai suoi genitori non piace per nulla. Passando da un lavoro umile a un altro, Bela Lugosi riesce a entrare nel teatro nazionale di Budapest, la seconda capitale dall’Impero Austro-Ungarico. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Bela si arruola nonostante gli attori siano dispensati; torna dal fronte ferito e con una medaglia al valore. Successivamente si impegna nel sindacato degli attori, ma dal 1919, a causa della rivoluzione comunista in Ungheria, non gli è più permesso lavorare in patria. Emigra a Berlino, dove lavora a una dozzina di film muti, tra cui “La testa di Giano” (1920) di Friedrich Wilhelm Murnau.

Nel 1920 Bela decide di trasferirsi a New York, dove lo aspetta il successo. Nel giro di poco tempo si fa strada a Broadway: non conosce la lingua e il suo accento ungherese, assieme al suo aspetto, lo rendono un attore dal look esotico. Nel 1927 arriva la fama, grazie al ruolo da protagonista nell’adattamento teatrale di “Dracula” di Bram Stoker. Anche il regista Tod Browning lo sceglie per il ruolo di Dracula nell’omonimo film del 1931, la prima grande trasposizione sul grande schermo della storia del Vampiro.

Il successo della pellicola trasforma rapidamente Bela Lugosi nel “re del terrore”, condizionandone però vita e carriera.

Un Conte, quello interpretato da Bela, affascinante, che ammalia le donne, rendendolo una specie di Rodolfo Valentino dal gusto gotico. La caratterizzazione più iconica e longeva di sempre del Vampiro di Stoker, a cui si ispireranno i numerosi epigoni (tra tutti, Cristopher Lee).

Divenuto ormai una star hollywoodiana, Bela si trasferisce nella “Mecca del cinema”, ma il destino gli riserva un brutto scherzo. La Universal, forte del successo ottenuto con “Dracula”, sta già lavorando a un’altra grande trasposizione cinematografica: “Frankenstein” di Mary Shelley. La parte del mostro viene proposta a Bela: dopo aver letto più volte il copione, rifiuta il ruolo, che richiede una metamorfosi estetica notevole e offre solo una serie di battute composte da versi e urla.

Un errore che cambierà per sempre la vita di Bela Lugosi e che invece permetterà a Boris Karloff, anonimo fattorino di origine inglese, di diventare una star superando il successo del “Conte”, grazie ai numerosi film della Universal dedicati alla storia del “mostro”.

Lugosi, buttata al vento l’occasione di mostrare la sua versatilità come attore, si ritrova imprigionato nella sua gabbia da “vampiro”: può interpretare solo ruoli secondari ed esotici, fino a diventare l’Ygor ne “Il figlio di Frankenstein”, dove Karlofff veste ancora una volta i panni del mostro.

Intanto la produzione di film horror cala, mentre Bela diventa schiavo di oppiacei, morfina e metadone per combattere i suoi antichi demoni risalenti alla Prima Guerra Mondiale (i dolori fisici), assieme a quelli più recenti legati alla sua carriera (problemi psichici). Gli Studios conoscono la sua dipendenza e lo emarginano sempre più a ruoli degradanti e con contratti a ribasso.

Tagliato fuori dal circuito delle “major”, Bela è sempre più solo e schiavo della sua dipendenza. Gli unici suoi amici sono un gruppo di ragazzini, suoi fan, che gli fanno visita ogni pomeriggio nella sua casa di periferia. Sia per motivi economici che di salute, Bela accetta parti sempre più umilianti, fino a stringere amicizia con il regista Edward Davis Wood Jr., creatore eccentrico di numerosi B-movie negli anni Cinquanta e passato alle cronache come il “peggior regista di tutti i tempi”.

Un’amicizia sincera quella che scocca tra i due, suggellata da alcuni film come “La sposa del mostro” (Bride of the Monster, 1955) e “Plan 9 from Outer Space” (1959), quest’ultimo completato dopo la morte di Bela e passato alla storia come “il film più brutto di sempre”. Un sodalizio immortalato nel film “Ed Wood” (1994) di Tim Burton, in cui Johnny Depp interpreta lo strampalato regista, mentre Martin Landau veste i panni di Lugosi.

La vita del "Vampiro" più celebre di tutti i tempi si spegne il 16 agosto 1956, lontano dai riflettori.

 Al suo funerale, dove Bela partecipa vestito da Conte, vi assistono solo Ed Wood e la sua strampalata ciurma, assieme al gruppo di ragazzini a lui tanto affezionati. Nonostante quella decisione nefasta del 1931, Bela Lugosi continua a rimanere un’icona del cinema e a incarnare, come nessun altro dopo di lui, il ruolo del Vampiro romantico dall’accento esotico.


domenica 16 ottobre 2016

“Café Society”: l’omaggio di Woody Allen agli anni ‘30



Sinossi: La storia, scritta dallo stesso Allen, è ambientata nei favolosi anni ‘30: il giovane newyorkese Bobby (Jesse Eisenberg) proveniente da una famiglia ebraica si reca a Hollywood in cerca di fortuna. Qui incontra lo zio, un potentissimo agente cinematografico, che sembra aprirgli le porte verso il successo. Nella sua agenzia Bobby conosce la bella segretaria Vonnie (Kristen Stewart), già impegnata, di cui si innamora. È l’inizio di una serie di complicazioni che faranno scegliere a Bobby di tornare a New York e di intraprendere una brillante carriera all’interno di un nightclub frequentato dall’alta società.



Scelto come titolo di apertura del 69esimo Festival di Cannes, “Café Society” è il quarantasettesimo film di Woody Allen e il primo a essere girato in digitale dal prolifero regista newyorkese.


“Café Society” è l’ennesimo omaggio di Allen (dopo “Radio Days”, “La rosa purpurea del Cairo”, “Accordi e disaccordi”, e “La maledizione dello scorpione di giada”) al mondo traboccante di glamour degli anni ’30, che lo segnò da bambino. L’epoca d’oro del cinema e del jazz rivive in questa pellicola anche grazie all’ottima fotografia di Vittorio Storaro (le due inquadrature in cui viene immortalata Manhattan sono da antologia) e una messa in scena impeccabile capace di riprodurre le magiche atmosfere che si respiravano a Los Angeles e a New York in quel periodo.

Un film piacevole ed esteticamente molto ben confezionato, narrato dalla voce fuori campo dello stesso cineasta ottantenne che non smette di osservare la vita con brillante ironia e di divertirsi a creare storie e personaggi fortemente influenzati dal caso.
Tutta la vicenda, come spesso accade nella filmografia alleniana, si sviluppa attorno a delle dicotomie: sogno e realtà, amore romantico e amore per interesse, fede e ateismo, vita e morte. Se Hollywood rappresenta la Mecca delle speranze e dei sogni di un giovane ventenne, New York simboleggia la realtà più vivida e cruda dell’età adulta. Una contrapposizione ben evidenziata anche dalla fotografia: calda grazie ai colori giallo-ocra per esaltare la luminosità quasi onirica di Hollywood, fredda e più fosca invece per la più terrena Grande Mela. Due poli di un parallelismo, tra vita sognata e vita vissuta, che si sublima nel suggestivo finale.

Attraverso il passaggio all’età adulta del protagonista che non può più permettersi di sognare, Allen identifica la fine di un’epoca d’oro, sia per il cinema che per la musica e la società in generale, in cui si manifestano le prime avvisaglie delle inquietudini e della cupezza che da lì a poco contraddistingueranno gli anni della Grande Depressione, e di riflesso anche la Settima Arte degli anni seguenti segnata dall’affermazione del filone noir.

“Café Society” è un esercizio di stile da parte di Woody Allen quasi perfetto, capace di regalare ancora una volta una storia romantica punteggiata da momenti di pura poesia, grazie anche a una scenografia ammaliante che riesce nell’intento di riprodurre lo splendore dell’epoca narrata. L’unico punto debole della pellicola risiede nella sceneggiatura, troppo lineare e a tratti un po’ superficiale, che, se fosse stata all’altezza delle componenti tecniche del film, avrebbe potuto contribuire a regalarci uno dei migliori lavori di Allen degli ultimi anni.



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domenica 11 settembre 2016

"Ma Loute”: lo sguardo grottesco di Dumont sulla vita


Sinossi: Un goffo ispettore sovrappeso di nome Machin (Didier Desprès) e il suo aiutante Malfoy (Cyril Rigaux) iniziano a indagare su alcuni turisti spariti misteriosamente in una stupenda località di villeggiatura sul mare. Nella zona trascorre le vacanze la ricca e stravagante famiglia dei Van Peteghem che entra in contatto con il mondo degli abitanti locali grazie a Ma Loute Brufort (Brandon Lavieville), un ragazzo figlio di pescatori. 




Presentato in concorso all’edizione 2016 del Festival di Cannes “Ma Loute” è l’ultima fatica del regista francese Bruno Dumont, autore anche della sceneggiatura. 

La storia si svolge nel nord della Francia agli inizi del secolo scorso, ma assume connotati metafisici perdendo spesso le proprie coordinate spazio-temporali. 

Il film dipinge in modo grottesco un microcosmo in cui i ricchi vivono in modo stravagante, mentre i poveri, disadattati, si arrangiano come possono (anche dal punto di vista culinario). Due mondi, due tipi di (dis)umanità agli antipodi. Un divario sancito anche dall’uso di attori non professionisti locali per quanto riguarda le parti di Ma Loute e suo padre (che mantengono lo stesso legame di parentela anche nella vita vera) per renderli più reali, anche sul piano linguistico, come facevano i maestri del Neorealismo e della Nouvelle Vague oltre che Pier Paolo Pasolini. 

Azzeccatissimi anche gli interpreti adulti della famiglia Van Peteghem – Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi e Juliette Binoche – chiamati a recitare in maniera molto enfatica per una resa ancora più grottesca dei rispettivi altezzosi personaggi.

Visivamente molto interessante grazie a una fotografia quasi pittorica evocativa di numerosi dipinti francesi, l’opera di Dumont vive di dicotomie: ricchezza e povertà, Grazia e castigo, comicità e drammaticità, bellezza e mostruosità., trascendenza (numerose sono le scene dedicate al volo) e immanenza, sublime e abietto. 


Il ponte tra i due mondi inconciliabili, quello dei ricchi corrosi nel corpo e nell’anima e quello dei “brutali miserabili”, viene gettato dall’amore che nasce da Ma Loute e Billie, rampollo della famiglia dei Van Peteghem dalla dubbia sessualità (è una ragazza che si veste da ragazzo o viceversa?) frutto “mostruoso” di un incesto. La loro unione però resta impossibile, anche dopo essersi “miracolosamente” salvati da un mare in tempesta. 

Nel vivace e caotico affresco di Dumont viene ridicolizzata un’umanità che non sa capire né il diverso né ciò che lo circonda, incapace di comunicare al di là delle frasi di circostanza e di vedere al di là dei propri stereotipi. 

Se la prima parte del film scorre via piacevolmente, la seconda risente di un’eccessiva ripetitività di gag e meccanismi, evitabile forse accorciando la durata della pellicola.

Concludendo, “Ma Loute” si contraddistingue per essere un’opera non convenzionale, folle, ricca di comicità e di sequenze originali, ma purtroppo presenta anche numerosi difetti: un ritmo eccessivamente lento, ripetitività, un finale non brillante e una storia che spesso “vola” improvvisamente così in alto da essere inafferrabile perfino per il suo autore, proprio come accade al simpatico ispettore Machin.
           
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lunedì 29 agosto 2016

Non è un paese per vecchi



Sinossi: Texas, inizio anni ’80. Un reduce del Vietnam di nome Llewelyn Moss (Josh Brolin) trova in una zona desertica una valigetta con due milioni di dollari, abbandonata in mezzo ai resti di diversi uomini e automezzi. Il suo ritrovamento innesca una reazione a catena all’insegna della violenza:  Anton Chigurh (Javier Bardem), un killer psicopatico nichilista, gli darà la caccia, mietendo numerose vittime sulla sua strada. Nella vicenda viene coinvolto anche lo sceriffo Bell (Tommy Lee Jones), disilluso e vicino alla pensione.




I Coen rivisitano il genere western (e non solo) facendo un film postmoderno ricco di significati simbolici, basato sull'omonimo romanzo di Cormac McCarthy. I tre personaggi principali - lo sceriffo Ed Tom Bell, il killer psicopatico Anton  Chigurh e l’avido Llewelyn Moss – incarnano tutti qualcosa, portando la storia su una dimensione a tratti metafisica.

Lo sceriffo è l’antieroe coeniano per antonomasia, che viene scaraventato in una girandola di eventi sanguinosi che sembra non avere fine. Cinico e guardiano di un’etica ormai smarrita, Ed Tom Bell sembra essere consapevolmente impotente di fronte a una società sempre più corrosa nei suoi valori basilari (si pensi alla scena in cui dei ragazzini vendono a caro prezzo una giacca a Moss, ferito e in fuga). Se nei western classici spesso la Legge riusciva ad avere la meglio sui criminali, qui invece non riesce a fermare il Male, incarnato da uno straordinario  Javier Bardem nei panni di un killer, nichilista e spietato, con cui non si può scendere a patti.

Il personaggio di Moss, infine, si colloca tra questi due antipodi morali: è un reduce del Vietnam disadattato seppur onesto che a suo modo viola le regole pur di arricchirsi con dei soldi sporchi di sangue trovati casualmente. Le sue scelte, mosse da avidità  ed egoismo (due temi molto ricorrenti nella filmografia dei Coen) provocheranno solo altro male, innescando l’infinita e sanguinosa caccia di Chigurh.

Premiato nel 2008 con quattro Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista)  “Non è un paese per vecchi” è un film intenso, crudo e denso di significati, impregnato da una visione pessimista verso la società contemporanea priva di valori autentici. La pellicola si colloca sicuramente tra le opere più riuscite nella filmografia dei fratelli Coen.

VOTO: 



sabato 9 luglio 2016

Bruce Springsteen at San Siro: "Dreams are alive tonite”

Bruce Springsteen at San Siro _ The River Tour 2016


Articolo già pubblicato il 4 luglio 2016 su "Farecultura.net". 



Milano, domenica 3 luglio: "Dreams are alive tonite”. Questa la scritta creata dalla coreografia dei 60mila fan di San Siro per accogliere Bruce Springsteen domenica 3 luglio per la prima delle due date milanesi del “The River Tour”. Il Boss ha letteralmente trascinato lo stadio verso una festa lunga quasi quattro ore, eseguendo con la sua band una vasta scaletta di oltre 30 pezzi storici.


Battendo il caldo e con alle spalle quasi 67 primavere, il “ragazzo” del New Jersey ha regalato ai presenti uno show memorabile, in cui si sono alternati momenti di puro divertimento a canzoni più impegnate e soul. Il tour, organizzato per celebrare i successi targati Springsteen ed E Street Band e soprattutto il celeberrimo doppio album “The River” del 1981, era nato alla fine dello scorso anno prima come progetto riguardante solo gli Stati Uniti, per essere poi esteso anche al Vecchio Continente.

Durante lo show, aperto con "Land of Hope and Dreams" e "The Ties that Bind”, sono stati eseguiti i più grandi successi del Boss, attingendo soprattutto dagli LP “The River” e “Born in the U.S.A.”.

La poetica di Springsteen è sempre rimasta la stessa nel corso dei decenni: raccontare storie di gente comune per far emergere l’eroismo nascosto del vivere la vita di tutti i giorni. Spesso i protagonisti delle sue canzoni sono dei “perdenti” che però sanno superare le difficoltà con dignità per non sprofondare nel baratro della solitudine.


Acuto osservatore della società americana, con la sua musica il Boss ha sempre cercato di criticare l’illusorio sogno americano parlando delle condizioni reali di vita e lavorative della gente comune. Emblema di tutto ciò è l’inno “Born in the U.S.A.” che lungi da essere una celebrazione nazionalista racconta invece la tragica vicenda di un reduce del Vietnam, una critica diretta all’establishment del suo Paese per quell’intervento bellico dalle drammatiche e durevoli conseguenze umane.

L’esecuzione da pelle d’oca di “The River” rimane forse il momento più toccante della serata, con lo stadio illuminato dalle luci di migliaia di telefonini. Non meno suggestive anche le canzoni “Hungry Heart”, sulle cui note il Boss ha fatto un grande bagno di folla scendendo giù dal palco, e una prolungata “Dancing in the Dark” che ha permesso ad alcuni fortunati fan di unirsi alla band.


Ed è questo uno dei maggiori talenti di Springsteen: rompere la barriera tra la band e il pubblico per creare uno spirito fraterno di festa e gioia grazie alla musica rock. 


Non servono effetti speciali, laser e scenografie fantascientifiche per trasmettere emozioni a tre generazioni di fan; basta sudare e cantare sotto le stelle a cuore aperto fino allo sfinimento, come avvenuto in chiusura con una lunghissima performance di “Shout” portata avanti fino allo stremo delle forze.

Grintoso, carismatico e dalla tenuta fisica da maratoneta, il Boss si è sempre contraddistinto per essere uno dei performer più stacanovisti di tutti i tempi. Non è stato da meno neanche questa volta, quando, passata la mezzanotte e simulando la conclusione del concerto, è tornato da solo sul palco per regalare una versione acustica di “Thunder Road”. Una scelta molto coraggiosa dopo un lunghissimo live.  

Quattro ore di emozioni senza soluzione di continuità, in cui Springsteen e i suoi musicisti hanno donato anima e corpo al pubblico senza mai concedersi una pausa.


Lo storico soprannome di “The Boss” calza a pennello: è Springsteen a dettare la scaletta e i tempi, a cantare fino allo sfinimento senza guardare l’orologio, a suonare chitarra e armonica, a ballare e incoraggiare la band, a scherzare e divertirsi con il pubblico per celebrare la vita con la musica.

Tutte qualità della rockstar-tipo, che fanno tornare in mente le parole di Jon Landau, vero scopritore del talento di Springsteen e suo manager storico, quando a inizio carriera scrisse sulle pagine della rivista “Rolling Stone”:


“Stasera ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”.