giovedì 23 maggio 2013

La grande bellezza

Sinossi: Jep Gambardella, scrittore e giornalista di 65 anni, è il re della mondanità romana. Perso tra una festa notturna e l’altra assieme a una sfilata di personaggi dell’alta società, traveste la propria vacuità morale con un finto divertimento, all’ombra di una Roma artisticamente sublime. L’umanità di una donna farà ricordare a Jep quale sia la vera bellezza...



Dopo l’ambientazione internazionale di This Must Be the Place Paolo Sorrentino torna con La grande bellezza, film in concorso alla 66esima edizione del Festival di Cannes, ad ambientare un sua storia in Italia. Un’opera incentrata sul rapporto tra il sacro e il profano, sottolineato dal contrasto tra una Roma estiva bellissima e la vacuità di una mondanità monotona vissuta dall’ enclave dell’alta società della capitale.

La grande bellezza è un viaggio attraverso la dialettica tra il sacro e profano vissuto dal protagonista Jep Gambardella, ancora una volta interpretato da un inarrivabile Toni Servillo: uno scrittore e giornalista di 65 anni, trasferitosi a Roma da giovane e diventato celebre grazie all’unico romanzo della sua vita “L’apparato umano”. Persosi presto nella gaudente mondanità della capitale, Jep è diventato il re delle feste notturne in cui si celebra il culto dell’estetica (ben rappresentato da un “botox party”) all’interno di sontuose ville o su terrazze con viste mozzafiato sulla Città Eterna. A questi eventi partecipa una sfilata di personaggi usciti dai vari gironi danteschi: nobili ricchi e decaduti, attori e attrici, intellettuali veri e presunti, dive sfigurate dalla chirurgia estetica e giovani ballerine sexy, alti prelati e imprenditori cafoni. I riti profani si consumano tutti tra il tramonto e l’alba della monumentale Roma - ritratta magistralmente dal regista in scene notturne che umiliano To Rome with Love di Woody Allen – che, bellissima, assiste a questi baccanali, silente e indifferente.

Se nella prima parte della storia il protagonista intraprende una discesa etica che lo porta sempre di più verso una solitudine esistenziale (una costante nelle opere di Sorrentino), ecco che l’incontro con l’umanità genuina di Ramona (una brillante Sabrina Ferilli), una spogliarellista di mezza età, gli fa riscoprire la “vera bellezza” della vita: l’amore verso gli altri. Riaffiora così in Jep il ricordo del suo primo amore da ragazzo, raffigurato dal regista da un’eccezionale passaggio da un soffitto bianco  a un mare blu ripreso al chiaro di luna.

Il terzo “stadio” da cui passa Jep è quello della beatitudine, un traguardo raggiungibile solo dopo essere passato dalla “stazione” dell’abbandono: la morte del suo primo amore e del nuovo amore, e l’allontanamento del suo migliore e forse unico amico Romano (un malinconico e rassegnato Carlo Verdone). Il finale del film si concentra sull’incontro con un altro tipo di vera bellezza, quella trascendentale e interiore, simboleggiata dalla presenza di una “santa” a casa dello stesso peccatore, il protagonista: una suora, simile a Madre Teresa di Calcutta, che ricorda ai suoi commensali che la vera povertà è quella che si vive e che le radici sono importanti. Nella scena della sparizione della giraffa, Jep capisce quale sia il trucco della sua esistenza miserabile per ritrovare la sua grande, propria bellezza: abbandonarsi nel miraggio dell’amore giovanile per troppo tempo dimenticato, che sempre più riprende vita nella sua mente. La pellicola si chiude con la voce fuori campo del protagonista che dice: “E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli spauriti, incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”.

La grande bellezza sembra una Dolce vita attualizzata: nel capolavoro di Federico Fellini c’era ancora un divertimento sincero nella mondanità del boom economico, ora, sembra dirci Sorrentino, la dolce malinconia dell’epoca si è trasformata in una totale vacuità esistenziale e morale. Emblematica da questo punto di vista la sequenza della passeggiata di Jep in via Veneto, ormai strada buia e semideserta, vivacissima invece negli anni Cinquanta quando era popolata da sciami di Vip, che ora invece si nascondono sulle terrazze.

L’ultimo,  grandissimo lavoro del regista napoletano è eccezionale dal punto di vista narrativo, estetico, registico (numerosi i virtuosismi di macchina che distinguono ogni pellicola di Sorrentino), musicale (una sontuosa colonna sonora affidata a Lele Marchitelli, lunga tutto il film, che svolge una funzione empatica nella descrizione delle varie scene sacre e profane), del montaggio (Cristiano Travaglioli) e della fotografia (ancora una volta diretta dall’ottimo Luca Bigazzi). Il film è un grandissimi lavoro corale, a cui hanno partecipato tantissimi attori italiani da applausi, a cominciare dal solito Toni Servillo.

In conclusione, La grande bellezza recupera lo spessore estetico e contenutistico delle opere precedenti a This Must Be the Place, culminante ne Il Divo, arrivando ad eguagliarne l’importanza grazie anche alla sintonia tra il più grande regista e il più grande attore del cinema italiano attuale, con un’importante differenza però: ne Il Divo la storia raccontata era profondamente legata alle vicende storiche italiane; qui ci troviamo invece di fronte a un racconto esistenziale e universale ambientato a Roma, nel pieno della società e dell’estetica del postmoderno.

Una “grande bellezza” per gli occhi e le orecchie, difficilmente dimenticabile come un dolce sogno d’amore al chiaro di luna da cui non ci si vorrebbe mai svegliare.

VOTO:   



lunedì 20 maggio 2013

La grande bellezza - Coming soon...

Cresce l'attesa per l'uscita de "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes. Il film si annuncia interessante non solo per la presenza dell'attore "feticcio" Toni Servillo, ma anche per i suoi contenuti. Sarà all'altezza de "Il Divo"? Tra poche ore lo scopriremo. Per ora possiamo solo assaporare il suggestivo trailer:


domenica 12 maggio 2013

Kiki - Consegne a domicilio


Sinossi: Kiki è una giovane strega che all’indomani del compimento del tredicesimo anno di età deve lasciare la propria casa per svolgere il noviziato in un’altra città. Accompagnata dal suo inseparabile gatto nero Jiji, Kiki supererà diverse prove che la faranno crescere.



Kiki – Consegne a domicilio, ennesima opera superlativa del maestro dell’anime Hayao Miyazaki, è stata distribuita solo da poco nelle sale cinematografiche italiane. In realtà il film è uscito nel lontano 1989, collocandosi all’interno della cinematografia di Miyazaki tra due capolavori: Il mio vicino Totoro del 1988 e Porco Rosso del 1992.

La protagonista della storia, come capita spesso nelle opere di Miyazaki, è una ragazzina vivace di nome Kiki che, compiuti i tredici anni di età, intraprende un viaggio per iniziare il proprio noviziato da apprendista strega in compagnia di Jiji, il suo fedele gatto nero. È l’inizio di un viaggio di formazione-trasformazione che condurrà la protagonista verso un percorso di crescita interiore. La figura della strega viene presentata dal regista priva di quel senso demoniaco e di peccato tipico della cultura cattolica. Piuttosto Kiki svolge un lavoro di pubblica utilità (così come le streghe erano in realtà delle guaritrici), che le permette di avere un ruolo importante nella società (sempre più riconosciuto dagli abitanti della nuova città di residenza) e di mantenersi. Un simbolo di emancipazione femminile insomma, tema molto a cuore al cineasta giapponese.

Dopo i primi ostacoli di ambientamento nella nuova città marittima, per Kiki sembra andare tutto bene: ha trovato una casa, ha creato un’attività (le consegne a domicilio su chiamata) e ha anche qualche amico. Sembrerebbe che non ci siano minacce da fronteggiare, come invece avviene a gran parte della altre eroine delle opere miyazakiane. Invece Kiki si ritrova all'improvviso a dover fare i conti con se stessa: non sentendosi all’altezza della situazione, entra in depressione e perde la capacità di volare con la sua scopa.

Torna anche in questo film il tema del volo come liberazione. Grazie anche al confronto con Ursula, una ragazza pittrice che potrebbe essere una sorella maggiore di Kiki, la protagonista comprende che ci possono essere dei momenti di crisi in cui si perde il dono di saper volare o dipingere o di saper fare bene un mestiere perché presi dallo sconforto e sopraffatti dalle proprie paure. Solo superando queste ultime si può crescere e tornare a essere liberi, il che significa in termini miyazakiani ricominciare a volare. Ecco che allora, nella parte finale del film, Kiki recupera il suo dono per potere salvare un ragazzino suo amico, superando così definitivamente il suo blocco psicologico e guadagnandosi la stima dell’intera comunità.

Sebbene Kiki – Consegne a domicilio non presenti delle problematiche più “adulte” come il pacifismo o l’ambientalismo e rimanga lontano dalle opere più ermetiche del maestro come La città incantata e Il castello errante di Howl, rimane comunque un ottimo film, percorso dall'inizio alla fine da un genuino ottimismo per il futuro che solo i bambini (e i giovani?) possono avere.

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domenica 17 febbraio 2013

Frankenweenie


Sinossi: Victor Frankenstein, bambino solitario appassionato di scienze, è inseparabile dal suo cane Sparky, finché un giorno non viene investito da una macchina. Victor, profondamente addolorato, sfrutta le sue conoscenze scientifiche apprese a scuola per riportarlo in vita. L’esperimento riesce, ma Sparky va tenuto nascosto per via delle sue nuove fattezze “mostruose”…




Tim Burton torna alle origini: con Frankenweenie ci 
regala una delle sue opere più belle e personali della sua intera cinematografia. Riprendendo l’idea originale del 1984, quando aveva prodotto l’omonimo mediometraggio sempre con la Disney, il geniale regista americano espande il plot originale scegliendo di tornare al contempo al bianco e nero e alla stop-motion, la tecnica che più gli piace e che gli ha regalato un posto nella storia del cinema con i capolavori Nightmare Before Christmas (anche se diretto da Henry Selick) e La sposa cadavere.

Così come accadeva nell’originale, anche qui il protagonista è Victor Frankenstein, un bambino solitario ed appassionato di scienze, che si diletta a produrre piccoli film amatoriali per i suoi genitori assieme al suo amato cagnolino Sparky. Il personaggio di Victor è fortemente autobiografico, così come l’ammirazione per il professore di scienze Rzykruski che ha le sembianze dell’attore Vincent Price, vero idolo di Burton che gli ispirò lo splendido cortometraggio Vincent (1982).

Frankenweenie non è solo un’opera personale. È anche un omaggio a tutto il cinema horror classico, specialmente il filone della Universal della prima età del sonoro, all’espressionismo tedesco e ai film con gli effetti speciali realizzati con la tecnica del passo a uno: si pensi ai nomi dei personaggi (tra tutti Elisa Van Helsing), alle abbondanti citazioni (soprattutto il Frankenstein di James Whale), all’uso espressionista delle ombre e alle scene con mostri-distruttori (tra tutte quella con la tartaruga-zombie gigante che terrorizza la comunità, chiaramente dedicata a Godzilla di Ishiro Honda).

L’ultima opera di Tim Burton è insomma un vero gioiello, sia per la ricchezza espressiva, sia per i numerosi riferimenti cinematografici, ma anche per la musica ancora una volta diretta dal fedele Danny Elfman. Frankenweenie è la sintesi perfetta tra la tecnica della stop-motion (la scienza), che dona la vita a oggetti o esseri inanimati, e il cuore, ossia le emozioni che possono nascere da una storia dove le protagoniste assolute sono la vita e la morte. Speriamo che il prossimo 24 febbraio, alla notte degli Oscar, Tim Burton (alla seconda nomination dopo La sposa Cadavere) sia finalmente premiato con una statuetta che tante volte gli è stata negata in carriera.

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domenica 27 gennaio 2013

La migliore offerta


Sinossi: Virgil Oldman è un famoso battitore d’aste, solitario e collezionista di ritratti femminili. Un giorno viene contattato da una misteriosa cliente che soffre di una grave malattia: sarà l’inizio di una tempesta che gli sconvolgerà la vita…



Giuseppe Tornatore torna dietro la macchina da presa per dirigere “La migliore offerta”, un melodramma con elementi tipici del thriller psicologico. Infatti, svelate le apparenze, ci troviamo di fronte a un thriller a tinte metafisiche che il regista siciliano ha già dimostrato di saper maneggiare con il bellissimo “Una pura formalità”. I personaggi che compaiono nella storia sono pochi ma essenziali per lo svolgimento della storia. Tra tutti spicca il protagonista Virgil Oldman, magistralmente interpretato dal grande Geoffry Rush. Un ruolo non facile il suo, perché soggetto a una lenta ma inesorabile metamorfosi: da solitario e misogino esperto d’arte ad amante di una donna reale – prima a livello platonico, poi anche fisicamente - di cui conosce inizialmente solo la voce, per poi finire in una condizione di miseria e di solitudine esistenziale. Meno convincente la performance della semisconosciuta Sylvia Hoeks nei panni dell’agorafobica Claire: per lunghi tratti del film risulta essere troppo rigida e avere poca presenza scenica (contrasto ancor più evidente di fronte a un Geoffry Rush in grandissima forma).

Tutta la storia ideata dallo stesso Tornatore ruota intorno al rapporto dialettico tra il concetto di falso e di autentico. Come nell’arte esistono opere false e opere autentiche, così anche nei rapporti umani esistono quelli veri e quelli finti. E proprio il protagonista, un estimato battitore d’aste misogino che smaschera facilmente le opere non autentiche e colma la sua solitudine circondandosi a casa di ritratti femminili, è il soggetto ideale per venire coinvolto in una storia in cui ciò che sembra autentico, ossia l’amore di Claire, si rivelerà il peggiore degli inganni.

La bellezza del film risiede essenzialmente nella magnifica interpretazione di Geoffry Rush che ha saputo offrire un grande prova di attore (si meritava l’ennesima nomination agli Oscar) come se si trattasse di una pièce teatrale. Un altro punto di forza de “La migliore offerta” è la colonna sonora, ancora una volta diretta dal maestro Ennio Morricone, storico collaboratore di Tornatore. È grazie a lui se questo film assume a tratti i contorni tipici del thriller. Il film purtroppo non brilla sul piano della sceneggiatura: comincia a perdere colpi nella seconda parte e crolla completamente nel finale, che risulta caotico e in antitesi con la raffinatezza del resto della pellicola. Avrebbe giovato, forse, terminare il film un po’ prima, al momento dello svelamento della “truffa”.

In conclusione, soppesando gli aspetti positivi con quelli negativi di questa prova d’autore, possiamo parlare di un buon film che tuttavia non riesce a portare a compimento completamente le ambizioni (forse troppo alte) di Tornatore.

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giovedì 17 gennaio 2013

Quattro anni fa...


Quattro anni fa nasceva questo piccolo blog dedicato al Cinema, una delle mie grandi passioni. In una fredda giornata di gennaio - all'epoca ero uno studente universitario - decisi di aprire un blog sia per ammazzare qualche ora libera nei week-end, sia per coniugare l’amore per la scrittura con la passione per il Cinema.

Tra alti e bassi, Mondoattuale festeggia oggi quattro anni, i primi tre dei quali passati sulla piattaforma Splinder. Non sempre riesco a trovare il tempo di curare questo blog, ma quando capita “posto” con lo stesso entusiasmo del mio primo post (scusatemi per gli inglesismi).

Ringrazio tutti i visitatori che sono passati da Mondoattuale in questi quattro anni, specialmente chi ha avuto la pazienza di leggere i miei post e di commentarli. Questo blog esiste ancora anche grazie al vostro contribuito.

To be continued…

sabato 12 gennaio 2013

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato


Sinossi: Nella Terra di Mezzo, un hobbit chiamato Bilbo Beggins si ritrova improvvisamente coinvolto in una grande avventura per volere dell’amico stregone Gandalf il Grigio. Assieme a tredici nani, Bilbo lascia per la prima volta la Contea per dirigersi verso il regno di Erebor, sottratto ai nani dal drago Smaug. La strana compagnia dovrà fronteggiare mille peripezie, tra scontri con gli orchi, incontri con gli elfi e altre strane creature…



Nove anni dopo Il ritorno del re, l’ultimo episodio della trilogia de Il signore degli anelli, Peter Jackson torna nel fantastico mondo creato da J. R. R. Tolkien per proporre sul grande schermo il primo dei tre film dedicati a Lo Hobbit. Si tratta della storia, o meglio del “viaggio”, di Bilbo Beggins (Martin Freeman), zio di Frodo, compiuto sessant’anni prima rispetto a quello che intraprenderà suo nipote ne Il signore degli anelli. Assieme a tredici simpatici nani e a Gandalf (ancora una volta magistralmente interpretato da Ian McKellen) conoscerà per la prima volta il mondo esterno alla Contea e farà un incontro che cambierà il destino di tutta la Terra di Mezzo: conoscerà Gollum e si impossesserà del suo anello.

Questo primo episodio intitolato Un viaggio inaspettato copre i primi sei capitoli del libro scritto da Tolkien, quindi circa un terzo dell’opera. Il film parte col freno a mano tirato, con un raccordo iniziale creato dagli sceneggiatori per congiungere questo prequel alla precedente trilogia dell’anello. La storia stenta a decollare nella prima mezzora, accasciandosi su ritmi lenti e indugiando in maniera prolissa sulla scena del banchetto in casa Beggins. Il ritmo si alza man mano che la storia procede, raggiungendo l’acme durante gli scontri con gli orchi e i troll. Tuttavia, nonostante il ritmo più veloce della seconda parte del film, la storia non riesce a innalzarsi sopra i canoni di un semplice racconto fantastico – fiabesco, rimanendo lontanissima dai toni epici della trilogia precedente. Se già nel libro originale è evidente un registro diverso rispetto ai tre tomi dedicati a Il signore degli anelli, in questo primo film della nuova trilogia si sono enfatizzati molto gli aspetti umoristici e fiabeschi, rivolgendosi forse di più a un pubblico costituito da famiglie e bambini che agli adulti. L’unica scena davvero simile al realismo e alle atmosfere gotiche del Signore degli Anelli è quella dell’incontro sotterraneo tra Bilbo e Gollum (Andy Serkis), giocato tutto sulla tensione emotiva e sulla tenuta psicologica dei due personaggi che si sfidano in una gara di indovinelli. Questo è l’episodio chiave del film e dell’intera storia della Terra di Mezzo, perché entra per la prima volta in scena l’anello di Sauron.

Il film quindi risulta complessivamente discreto, con una prima parte lenta e molto prolissa, e una seconda parte ricca d’azione e veloce. E’ discutibile la scelta di dedicare addirittura tre film al racconto non lungo de Lo Hobbit (scelta dettata dal marketing si suppone): il rischio è quello di diluire troppo la storia scritta da Tolkien, arricchendola con buffi e banali personaggi fiabeschi (come Radagast, inventato dagli sceneggiatori imitando un po’ i personaggi di Harry Potter) che rischiano di rimarcare ulteriormente le differenze con l’eccezionale trilogia precedente. Il cast “storico” del Signore degli Anelli rimane comunque impareggiabile, nonostante il simpatico contrasto tra l’età effettiva degli attori e quella dei personaggi del racconto originale (dovrebbero essere più giovani rispetto ai film precedenti!): Ian McKellen, Cate Blanchett, Cristopher Lee e Hugo Weaving. 


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domenica 14 ottobre 2012

Reality


Sinossi: Luciano è un pescivendolo napoletano, simpatico ed estroverso, che ama esibirsi per il piacere di amici e parenti. Incoraggiato dai famigliari, un giorno partecipa a un casting per la nuova edizione del Grande Fratello. Sarà l’inizio di una paranoica attesa che allontanerà il protagonista sempre di più dalla realtà.



A quattro anni dallo strepitoso successo internazionale ottenuto grazie a Gomorra, Matteo Garrone torna dietro alla macchina da presa con Reality, una commedia che sconfina nel drammatico come nella migliore tradizione cinematografica italiana.

Tutto il film ruota intorno alla storia di Luciano, un comune pescivendolo napoletano, (interpretato magistralmente da Aniello Arena) e alla dicotomia di radice orwelliana realtà / finzione. Il protagonista impersona l’uomo qualunque stereotipato, di estrazione popolare, ingenuo e puro, che sogna di andare in televisione per diventare famoso e cambiare vita. L’occasione si presenta con un provino per la nuova edizione del Grande Fratello organizzato in un centro commerciale. Un secondo giro di casting a Roma fa cadere Luciano nella “trappola”: la paranoica attesa per la conferma della partecipazione al reality lo allontana sempre di più dalla realtà, scambiata per finzione. La narrazione prosegue raccontando il crescente smarrimento esistenziale del protagonista, perso in un'illusione collettiva che contagia non solo la sua famiglia, ma l’intero quartiere.

La storia, come si vede, è molto semplice. La bellezza del film sta però nello stile scelto dal regista per raccontarla: un utilizzo della macchina da presa funzionale al racconto, senza fronzoli, né fini pedagogici o giudizi sull'operato dei personaggi. In breve a trionfare non è tanto la storia in sé, ma lo stile del cineasta romano che abbiamo visto già nelle sue opere precedenti: l’uso di molti attori non professionisti, riprese in ambienti reali e un vasto utilizzo della cinepresa a spalla. Il tutto serve a rendere il racconto il più reale possibile, come nelle commedie teatrali di Eduardo De Filippo o nelle commedie all’italiana di Monicelli e di De Sica.

Il fim ha poi il pregio di essere racchiuso in una specie di cerchio creato dai movimenti della macchina da presa, fatti di continui su-giù, dentro-fuori. La pellicola si apre infatti con un’inquadratura aerea di una carrozza barocca che si sta recando a un matrimonio, emblema di qualcosa di artificioso  che per un giorno distoglie le persone dalla vita reale. Nella scena finale, altamente simbolica, si ritorna al cielo con un movimento di macchina, lasciando il protagonista "da solo" in mezzo alla casa del Grande Fratello, sempre più piccolo in una Roma notturna in cui brilla solo il tempio della finzione televisiva. Come se ci fosse una risurrezione di Luciano dopo le fatiche della Via Crucis, ossia la lunga attesa per un qualcosa che si rivela evanescente perché costituito solo da immagini televisive.

Reality, vincitore del Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, è insomma un ottimo film, capace di mescolare elementi vicini ad Orwell, Pirandello ed Eduardo De Filippo con uno sguardo critico sul nostro Paese sempre più teledipendente e incapace di distinguere la realtà dalla finzione. 

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sabato 29 settembre 2012

The Dark Knight Rises

Sinossi: Otto anni dopo la morte del procuratore Harvey Dent (alias Two-Face), Gotham City assapora un periodo di pace. Bruce Wayne vive ormai ai margini della società rinchiuso nel suo eremo, incapace di trovare un senso alla sua vita dopo la morte dell’amata Rachel e l’impossibilità di indossare i panni di Batman. La minaccia di un terrorista di nome Bane, intenzionato a far emergere con la violenza tutte le contraddizioni in cui vivono gli abitanti di Gotham City, farà tornare Batman in azione…




The Dark Knight Rises è stato uno dei titoli più attesi dell’anno. Cristopher Nolan, capace di reinterpretare in maniera magistrale uno degli eroi più celebri dei fumetti, delude le attese dei suoi fan, concludendo la trilogia dedicata all’uomo-pipistrello con un finale che vive di luce riflessa degli episodi precedenti, in particolare dello strepitoso The Dark Knight.

Il film scritto dai fratelli Nolan presenta una sceneggiatura pirotecnica, piena di colpi di scena, ma povera di profonde riflessioni filosofiche ed escatologiche rispetto ai film precedenti del regista. Si vede poco, insomma, la firma dell’autore su questa pellicola, simile più a un classico prodotto commerciale made in Hollywood che alle grandi opere precedenti del regista, tra cui Memento, The Dark Knight e Inception. Una storia piena di lacune e incongruenze, che si dilunga in alcune sequenze in maniera eccessiva (per esempio nella parte in cui Bruce Wayne è rinchiuso nella prigione-pozzo). Il ritmo, seppur generalmente alto per tutta la durata della pellicola, non è supportato altrettanto bene dall'abbondanza di contenuti originali e profondi (considerando i dialoghi, non ci sono paragoni nelle conversazioni tra Batman e il Joker dell’episodio precedente rispetto a quelle tra Batman e Bane). Insomma, la lunga durata (165 minuti) produce l’effetto di diluire le poche idee originali del film.

Tuttavia, alcune sequenze restano memorabili: tra tutte quella di apertura, con un blitz in alta quota. Apprezzabile anche l’idea della prigione-pozzo, seppur occupi un po’ troppo spazio nel film. Si tratta della metafora più significativa dell’intera pellicola: l’uomo – Wayne – sprofondato nella solitudine e ormai sull’orlo del fallimento professionale  e personale, risorge (per questo nel titolo originale compare la parola rises che significa “rialzarsi, risorgere”, mentre la distribuzione italiana ha tradotto in maniera becera con “Il Ritorno”!), riuscendo a emergere dal pozzo dove era sprofondato e a ritrovare uno scopo per cui vivere e lottare. Il finale invece non è assolutamente all’altezza della trilogia, così come fa sorridere lo scontro di massa tra le forze dell’ordine di Gotham City contro i “rivoluzionari” al servizio di Bane: in quale pianeta fantastico una rivoluzione sociale viene repressa con una mega rissa?

The Dark Knight Rises presenta infatti molti temi attuali, ispirati dalla crisi economica che sta minacciando l’intero mondo occidentale (oltre alla paura del terrorismo di natura religiosa) e dal movimento “Occupy Wall Street”. Questo è allo stesso tempo un punto di forza e di debolezza della pellicola. È un punto di forza perché nella storia viene rappresentata una rivoluzione, con uno scontro di classe tra ricchi e poveri, tra veri “ladri” ed emarginati sociali, che culmina con l’attacco a Wall Street e l’instaurazione di una tirannia che si regge sul terrore. Qui è palese il riferimento ai processi contro i nobili della Rivoluzione Francese: al posto di Robespierre troviamo però lo psicopatico Dr Jonhatan Crane, alias il supercattivo Scarecrow, un accostamento davvero brillante. Questa attualizzazione è anche uno dei principali punti di debolezza della pellicola per diversi motivi: in primis l’ambientazione si fa troppo reale e contingente (Gotham City non è altro che Manhattan e troppi sono i riferimenti all’attuale gravissima crisi economica), spostando le riflessioni sul Bene e sul Male, così come quelle sul senso della vita, da un piano generale a uno particolare e storico; questa estrema attualizzazione non permette più di ambientare la storia in un’atmosfera gotica, da cinecomics, ricca di fascino e originalità. Certo, tutta la trilogia su Batman di Cristopher Nolan non ha una scenografia-fotografia così colorata come le due pellicole dirette da Tim Burton, ma con The Drak Knight Rises sembra di vedere un normale film di azione-thriller, ricco di scene al cardiopalma, invece che un cinecomics impreziosito da elaborati dialoghi come avveniva nell’episodio precedente.

Infine, ma non perché meno importante, la figura del supercriminale Bane a mio avviso non è idonea a chiudere questa trilogia. Il suo personaggio è il più razionale tra la miriade di nemici di Batman presenti nella filmografia sull’uomo-pipistrello. Bane non rappresenta nulla di paragonabile al caos del Joker (indimenticabile l’interpretazione di Heath Ledger, ma anche Jack Nicholson non è stato da meno) o alla paura di natura psicologica e allucinogena provocata da Scarecrow. Si tratta solo di un terrorista mercenario, dotato di grande forza fisica, ma non di "fascino" criminale. La storia costruita intorno a Bane non serve altro che a creare un ponte tra il primo episodio Batman Begins e quest’ultimo, visto che lui è il nuovo leader della Setta delle ombre dopo la morte di Ra’s al Ghul. Anche il doppiaggio italiano non aiuta, rendendo troppo buffa la voce del supercattivo (manco fossimo in una parodia!).

In conclusione, The Dark Knight Rises chiude la trilogia in modo che non ci sia soluzione di continuità con gli episodi precedenti, ma senza aggiungere nulla di davvero originale, né sul piano estetico, né su quello contenutistico. Tutto è già stato detto o fatto nei due episodi precedenti. In breve Nolan ha concluso la sua saga in maniera “scolastica”, con una storia ricca di colpi di scena, ma povera di contenuti e priva di trovate d’autore. Il giudizio complessivo sulla trilogia rimane comunque alto grazie ai primi due episodi: Cristopher Nolan, uno dei maggiori talenti del cinema contemporaneo che ha saputo unire il cinema d'autore e quello più commerciale, è riuscito a rileggere i tradizionali personaggi dell’epopea di Batman in maniera originale (distanziandosi moltissimo dalle opere del predecessore Tim Burton), lasciando un’impronta significativa nella storia del cinema.


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domenica 27 maggio 2012

To Rome with Love: Allen a pezzi


Sinossi: Quattro storie si sviluppano in una calda estate romana, tra tradimenti, illusioni amorose e desideri di successo.



Avevamo lasciato Woody Allen con Midnight in Paris, un lavoro positivo e brillante rispetto all’opera precedente Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, anche se lontano dai capolavori che l’hanno reso celebre. L’ultimo film To Rome with Love delude molto e fa temere che la verve creativa del cineasta americana stia per giungere al capolinea.

Allen sceglie di ambientare quattro episodi nella suggestiva cornice della città eterna, dimostrando una chiara nostalgia per una Roma romantica di qualche decennio fa di felliniana memoria. Due episodi ruotano intorno al tema dell’ amore: in quello in cui è protagonista Jack (Jesse Eisenberg), un giovane studente di architettura si illude di poter conquistare il cuore di una giovane attrice (Ellen Page) con fama di essere una seduttrice seriale. A nulla serviranno gli ammonimenti di John (Alec Baldwin), un famoso architetto che rivede se stesso in Jack. L’altra faccia della medaglia, ossia il tema del tradimento, è invece raccontato dalla storia di una coppia bigotta di sposini di provincia che, giunti a Roma, si faranno sedurre dalle attrazioni della grande città.

Gli altri due episodi di To Rome with Love sono accomunati dal tema dell’illusione del successo. Un famoso produttore discografico americano (interpretato dallo stesso Woody Allen), ossessionato dalla morte e dalla paura di andare in pensione, giunge a Roma insieme alla moglie per conoscere il fidanzato della figlia. Qui scopre il talento naturale del consuocero, un becchino, nel cantare opere liriche sotto la doccia. Infine, un uomo qualsiasi (interpretato da Roberto Benigni), finisce per diventare improvvisamente famoso senza nemmeno conoscerne il motivo, per poi tornare nell’anonimato più assoluto.

Il film, pieno di temi ricorrenti nella cinematografia del regista come l’amore e la morte, sembra privo di vita e nessuno dei quattro episodi si contraddistingue per originalità o per trovate comiche (nemmeno le battute dello stesso Allen danno un po’ di brillantezza al film). Il regista sembra costruire quattro storie utili solo a mostrare una Roma da cartolina, lontanissima dalla realtà (nessun cenno alla crisi che stiamo vivendo o alla situazione politica del nostro Paese). Un altro difetto è il fatto di rappresentare i personaggi italiani con tutti gli stereotipi possibili e immaginabili: dalla bigotteria di una coppia di provincia all’uomo latino seduttore, dalla passione per il buon cibo a quella per l’opera lirica. 

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