sabato 28 gennaio 2012

Fratelli in erba (Leaves of Grass)


Trama. É la storia di due gemelli, entrambi interpretati da Edward Norton, che vivono agli antipodi: Bill Kinkayd è un professore universitario affermato, mentre il fratello Brady è uno spacciatore di provincia. I due non si vedono da molti anni. Tramite uno stratagemma, Brady fa tornare il dotto fratello a Little Dixie, in Oklahoma, dove sarà travolto dagli “affari” del fratello, finendo in un vortice di violenza e scoprendo chi è veramente.

Innanzitutto partiamo dal titolo della pellicola. È mai possibile che anche in questo caso la traduzione italiana del titolo originale abbia stravolto completamento il senso delle parole e del film? Fratelli in erba è una traduzione orribile, che etichetta il film come una commedia demenziale. Ben più poetico è il titolo in inglese Leaves of Grass, che allude sia al fatto che nella storia l’ “erba” è protagonista, sia a una poesia di Walt Whitman.

In effetti, il film di Tim Blake Nelson, è un ibrido a mio avviso ben riuscito tra commedia comico -demenziale e un film thriller - drammatico. La prima caratteristica dura per tutta la prima parte della pellicola. Qualche sana risata non può essere trattenuta, soprattutto quando la cinepresa si sofferma sulla faccia “fumata” di Brady. Proprio quando il pubblico pensa di trovarsi di fronte un film comico, irrompe la seconda faccia della pellicola, come un pugno in faccia. Un po’ alla fratelli Coen (con cui il regista ha lavorato come attore nel film Fratello, dove sei?) un po’ alla Tarantino, la violenza si scatena improvvisamente dopo qualche battuta ilare, con rivoli di sangue e sparatorie, in un crescendo di drammaticità che culmina con una freccia scoccata da una balestra che trafigge da parta a parte Bill.

La sceneggiatura, ben scritta dallo stesso regista, è impreziosita da numerosi momenti di riflessione filosofica, storica e sociale. Diverse sono le citazioni ai grandi pensatori della Grecia classica, da Socrate a Platone, da Epicuro ad Aristotele. Notevole anche la riflessione storico – sociale sulla generazione hippy degli anni Sessanta che Bill rivolge alla madre (una maestosa e fumata Susan Sarandon): “Voi avete distrutto tutto, ma non siete stati capaci di costruire nulla”. Da sottolineare anche la parte in cui i colleghi di Bill si complimentano con lui per aver avuto successo nel mondo accademico pur provenendo da una famiglia modesta. E come non citare la battuta di Norton nei panni di Brady, in cui afferma che tutto il mondo accademico è inutile perché ognuno esprime un’opinione su quello che hanno scritto gli altri. Non manca neppure una digressione sulla storia degli ebrei in America, che hanno in mano buona parte dell’economia statunitense. La presenza forte dell’ebraismo nel film è probabilmente dovuta alle origini del regista. Non trovo però molto originale aver rappresentato i “cattivi” con due ebrei odiosi, avidi e cinici. È uno stereotipo letterario e storico che ha davvero stancato.

Sussistono però alcuni difetti e imperfezioni nel film. A cominciare dall’esternazione esplicita nella scena iniziale del senso della storia: citando Socrate, viene esposta la teoria della stabilità apparente, che è solo illusoria e minacciata costantemente dal fallimento personale. L’intento didascalico della storia quindi viene esposta subito e in modo palese, facendo intuire che la situazione iniziale apparentemente serena e normale, sarà sconvolta da qualche tipo di tragedia. Forse, conveniva esporre questo leitmotiv in maniera meno plateale e più in là nella storia. Anche il tema del doppio, tanto caro a Joseph Conrad (si veda Il compagno segreto, in cui si spiega che in ognuno di noi si nasconde una parte assassina e non è detto che sia la parte peggiore), è qui esposto in maniera abbastanza classica; non noto nulla di veramente originale. Partendo da una situazione dicotomica in cui si trovano un gemello buono e bravo (Bill) e uno sregolato e perditempo (Brady) si arriva, per diversi gradi, al punto in cui i ruoli si invertono: Bill scopre di assomigliare più di quanto non creda al fratello criminale, a cui è legato in maniera molto forte nonostante le apparenze. In realtà, i due fratelli rappresentano le due metà di uno stesso essere, che si completano a vicenda. L’una, quella giudicata secondo la morale malvagia, salverà l’altra dalla dannazione e dall’infelicità eterna. Non a caso il film si conclude con una pioggia catartica, dopo che Bill è “risuscitato” da una gravissima ferita da balestra (un simbolo di tensione interiore che ricorre in tutto il film?), che segna la fine di una vita “finta” e l’inizio di una vita “vera”, in cui non teme più le ombre del suo animo e le avversità impreviste (simboleggiate dalla paura giovanile dei temporali estivi, che non sente più nel finale della pellicola).

In conclusione il film è vivace, brillante e dal ritmo veloce, con una solida sceneggiatura e buone performance degli attori (tra cui figura anche lo stesso regista nei panni di Rick Bolger). Manca però l’estro nella regia, ma d’altronde Tim Blake Nelson è più bravo davanti alla macchina da presa che dietro. Non un capolavoro, né un ottimo film, ma gradevole e di buon livello.

VOTO:  


(già pubblicato il 23/09/2010 su Mondoattuale)


USA contro John Lennon


Per quale motivo una rock star del calibro di John Lennon venne perseguitata dall’Fbi e dall’establishment americano, nel tentativo di espellerlo dagli Usa dopo il suo trasferimento a New York nel 1971?

I cineasti David Leaf e John Scheinfeld hanno cercato di ricostruire questa storia “segreta” attraverso un bellissimo documentario, presentato alla 63esima Mostra di Venezia e uscito in Italia nel giugno 2007, alla luce anche del lavoro svolto dal prof. John Wiener che ha portato alla pubblicazione dei documenti segreti dell’Fbi sul caso John Lennon. Ci sono voluti 23 anni di battaglie legali per il rilascio completo del dossier, coperto a lungo dal segreto per motivi di sicurezza nazionale. Questa vittoria giudiziaria, basata sul Foia (legge che dà il diritto ad ogni cittadino americano di far rilasciare agli enti pubblici tutti i documenti in possesso non coperti da segreto), la dice lunga sulle differenze tra il sistema giudiziario americano e quello italiano.

Tornando all’opera di Leaf e Schienfeld possiamo dire che, attraverso un uso superlativo del montaggio di interviste dei protagonisti di quegli anni (da Joko Ono a John Sinclair, da Bobby Seale ad Angela Davis) con gli spezzoni d’epoca, accompagnati dall’eccezionale colonna sonora composta dalle hit più politiche di John Lennon, si sia ottenuto un lavoro pregiato. Infatti, spiegando la persecuzione subita da John Lennon da parte dell’establishment americano tra il 1971 e il 1976, quando la musica rock appariva una forza politica reale in grado di ostacolare i piani della Casa Bianca (del Presidente Nixon in particolare), soprattutto in relazione alla guerra del Vietnam, si riesce a ricostruire tutta l’atmosfera di quegli anni intensi, quando si credeva veramente di cambiare il mondo, attraverso l’attivismo politico, l’arte e la musica.

John Lennon era in sintesi un utopista (si pensi alla canzone Imagine), che mise a disposizione la propria immagine e le proprie risorse al servizio della pace. Pensava che non si potesse vivere quei tempi senza prendere una posizione, specialmente vivendo negli Usa che continuavano a combattere in Vietnam. Ma non aveva fatto i conti con l’Amministrazione Nixon, intollerante verso la contestazione, il pacifismo e la diversità. Lennon, un comunicatore totale, si stava ergendo a leader del movimento pacifista, legandosi anche a molti personaggi della contestazione: dalle Pantere Nere agli attivisti radicali della New Left. A Washington si architettò così un piano per convincere l’ex Beatle a tornare in Gran Bretagna, aggrappandosi anche a una vecchia condanna in patria per uso di stupefacenti. Lennon però vinse anche questa battaglia: fece causa all’Ins (l’ente per l’immigrazione) e allo stesso Consigliere alla Giustizia John Mitchell (implicato nel caso Watergate). Si scoprì così  che pur di espellerlo si erano compiuti degli illeciti.

La persecuzione esasperata contro Lennon produsse però un epilogo drammatico, seppur a distanza di alcuni anni. A 40 anni, uno degli artisti più anticonformisti e geniali del nostro tempo, venne ucciso davanti a casa con cinque colpi di pistola sparati da un certo Chapman. Un uomo che aveva parlato di pace se ne andava per morte violenta, lasciando un buco insanabile nel mondo artistico e dell’attivismo per la pace.

VOTO: 


(già pubblicato il 26/07/2010 su Mondoattuale)

Premio Dardos



Premio_Dardos
Mondoattuale è stato premiato da Cineroom con il premio DARDOS, che viene assegnato dai bloggers a quei blog meritevoli per i contenuti di carattere culturale, etico e/o letterario. Un sentito grazie ai grandi bloggers e critici cinematografici Chimy e Para per questo riconoscimento.
Ecco qui il regolamento. Chi viene nominato è invitato a:
1) accettare e comunicare il regolamento, visualizzando il logo del premio;
2) linkare il blog che ti ha premiato;
3) premiare altri 15 blog meritevoli (compreso quello che vi ha premiati, se volete), avvisandoli del premio.

La mia lista di blog è (in ordine sparso):

C’era una volta il Cinema
Cinemasema
Cineroom
Cose per cui vivere
Il piacere degli occhi
L'occhio critco

(già pubblicato il 13/07/2010 su Mondoattuale)

Top Ten 2009...and the winner is...



Finalmente pubblico anch’io la classifica dei film che mi sono piaciuti di più nella scorsa stagione cinematografica, che è stata molto ricca e variegata. Scusate il ritardo, ma dovevo recuperare diversi film prima di stilare questa classifica. Mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate lasciandomi un vostro commento, anche se non siete d’accordo con me!
  1.    Up
  2.  Gran Torino
  3.    Bastardi senza gloria
  4.   The Wrestler
  5.     Basta che funzioni
  6.    Ponyo sulla scogliera
  7.      Frost/Nixon
  8. Parnassus
  9.   I Love Radio Rock
  10. Il curioso caso di Benjamin Button

(già pubblicato il 6/06/2010 su Mondoattuale)

Bastardi senza gloria: un'opera cinefila

L’ultima opera di Quentin Tarantino rappresenta l’essenza stessa del Cinema: creare storie che contagino il pubblico dal punto di vista delle emozioni. E queste non mancano per nulla in Bastardi senza gloria.

   Tarantino, genio del Cinema contemporaneo, mette in scena una storia di vendetta nei confronti dei nazisti portata a compimento da un manipolo di ebrei americani guidati da Brad Pitt. I riferimenti ai vari generi cinematografici abbondano, ma si percepisce più di tutti l’omaggio al genere western, a partire appunto dal tema della vendetta che riguarda anche Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), ebrea francese rimasta orfana dopo l’uccisione dei suoi familiari per opera delle Ss guidate dal colonnello Hans Landa (Cristoph Waltz). Quest’ultimo personaggio rappresenta il cattivo per antonomasia, che come nelle opere classiche western distrugge all’inizio della storia la vita di una persona, la quale non farà altro che sognare il giorno del saldo dei conti. Anche la colonna sonora ricorda in molti passaggi le note tipiche del genere western (il più citato è il maestro Ennio Morricone), creando l’atmosfera adatta allo scontro-duello tra i nazisti e gli ebrei vendicatori.  Inoltre, il taglio degli scalpi dei soldati tedeschi da parte del commando guidato da Aldo (Brad Pitt) rimanda sempre ai film in cui i nativi americani, visti per lo più come i nemici da sconfiggere, compivano le stesse amputazioni sui soldati della Federazione americana.

   A mio avviso le sequenze chiave di questa pellicola sono tre: quella iniziale, la sequenza ambientata nella locanda di Nadine e l’eccidio finale nel cinema di Chosanna. Nell’incipit si presenta Landa, che è il vero protagonista della storia, come il cacciatore di ebrei. Entrando nella casa di LaPaditte farà di tutto per costringere il contadino a tradire i suoi amici nascosti sotto le assi di legno del pavimento. La sequenza, abbastanza lunga, sembra scorrere via in modo tranquillo, anche perché si svolge intorno a un tavolo che dovrebbe essere un luogo di socializzazione per antonomasia. Ma chi conosce Tarantino sa che nel momento meno atteso scatterà improvvisamente la violenza; e infatti la sequenza iniziale si chiude con l’eccidio degli ebrei nascosti e la fuga di Shosanna, l’unica sopravvissuta allo sterminio.

  Una sequenza simile per costruzione, anche se più lunga e articolata, è quella ambientata nella locanda La Louisiane dove i “bastardi” devono incontrare una nota attrice tedesca (Diane Kruger) che lavora per gli Alleati. Ma, una serie di imprevisti, faranno sfuggire la situazione di mano; la tensione sale lentamente fino al massacro di tutti i presenti (si salva solo la diva tedesca, che viene ferita, ma sconterà con la vita il suo tradimento poco dopo) in un’esplosione di violenza rapida e folle che è tipica delle pellicole del regista. Quindi, anche qui, se l’ambiente sembra amichevole, in realtà la morte e la violenza si nascondono dietro l’angolo, arrivando come una catarsi dopo un’estenuante suspense creata magistralmente da Tarantino. Il sangue versato ripristina un equilibrio che è stato turbato in precedenza dai personaggi. Ed è anche un modo per terminare un capitolo della storia e passare a quello successivo.

  Parliamo ora del finale del film. Come nella struttura narrativa più classica, tutti i personaggi e le loro storie convergono in un punto-luogo finale, che qui è rappresentato dalla première di un film di propaganda tedesco “Orgoglio di una nazione”, a cui partecipano le più alte cariche del Terzo Reich, compreso Hitler in persona (che viene raffigurato da Tarantino come l’emblema della pazzia, rappresentandolo in modo grottesco). Quale occasione migliore per i “bastardi” per eliminare in solo colpo tutto l’establishment tedesco e per la giovane Shosanna di vendicarsi della scomparsa dei suoi cari? Le sorti dell’operazione però non sono nelle loro mani, ma in quelle di Landa, che, in cambio di una vita futura postbellica serena, tradirà il Reich. Dietro a Landa in realtà si nasconde Tarantino stesso: come il primo possiede la facoltà di permettere o meno la riuscita dell’operazione terroristica che permetterà di far terminare la guerra, così il regista è il padrone assoluto della storia da esso raccontata. Ed è in quest’ottica che secondo me si deve leggere la scena in cui il cinema parigino prende fuoco e il pubblico, in preda al panico più irrazionale, viene massacrato a colpi di mitra. Si tratta in sostanza di una metafora della Settima arte: il regista è il padrone assoluto del destino dei suoi personaggi, come un dio, e può decidere, come in questo caso, che il finale sia diverso e in contraddizione con la Storia vera e propria (qui gli ebrei hanno la meglio sui loro aguzzini). Inoltre, il pubblico martoriato potrebbe significare che Tarantino si “diverte” a scioccare gli spettatori inermi di fronte alle immagini violente che improvvisamente appaiono nelle sue pellicole. In questa luce può essere interpretata la proiezione della faccia ridente di Shosanna mentre il cinema prende fuoco come il “divertimento” di Tarantino nel vedere sia i suoi spettatori che i suoi personaggi terrorizzati perché non possono opporsi alla sua volontà: è lui che decide come la storia deve svilupparsi e terminare.

   Nel dramma che si consuma nelle sequenze finali, rimangono in vita solo i due duellanti principali, Aldo e Landa, che da veri nemici si rispettano a vicenda e scendono ad un compromesso. Ma l’ultima sequenza è davvero sbalorditiva, e segna l’ennesimo colpo di scena di questa pellicola: i patti vengono violati da Pitt che non risparmia nemmeno il volto di Landa. Per ricordarsi del suo passato da criminale nazista gli lascia in ricordo un segno indelebile sulla sua fronte (una svastica) che simboleggia la firma di Tarantino sul film. Come recita Pitt: “Credo proprio di aver fatto un capolavoro”. E questa è sicuramente una frase di Tarantino che ha lavorato a questo film cercando di raggiungere questo scopo. E, seppur possa sembrare un azzardo questa “autocelebrazione”, possiamo dire che il regista americano ci sia andato molto vicino, creando un’opera sui generis, ricca di colpi di scena, ma allo stesso tempo molto divertente e molto cinefila.

VOTO:  


 (già pubblicato il 9/05/2010 su Mondoattuale)

Alfred Hitchcock: trent'anni dopo


Esattamente trent'anni fa (il 29 aprile 1980), il maestro del brivido Alfred Hitchock se ne andava lasciandoci in eredità numerosi capolavori assoluti del Cinema. Nato a Leytonstone il 13 agosto 1899 in Inghilterra, si sarebbe trasferito a Hollywood nel 1940, dopo essersi affermato come regista in patria.

Il suo periodo più fecondo fu quello compreso tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta. In questi anni furono girate le sue opere più straordinarie: La finestra sul cortile (1954), Caccia al ladro (1955), L'uomo che sapeva troppo (1956), Vertigo (1958), Intrigo internazionale (1959), Psyco (1960) e Gli uccelli (1963).

Tutta l'opera di Hitchock si caratterizza per l'insuperabile abilità nell'usare e creare suspense. Questa veniva creata nei suoi film attraverso la discrepanza più o meno marcata tra quello che lo spettatore sapeva in più rispetto al personaggio-protagonista. Si otteneva così l'effetto di suscitare uno stato di ansia o apprensione negli spettatori, accantuato grazie all'utilizzo di colonne sonore adeguate, luci e ombre particolari.
Il grande maestro inglese fu un anticipatore dei gusti del pubblico: con Psyco aprì il filone dei film caratterizzati dalla presenza di un killer psicopatico; con Gli uccelli invece anticipò il genere dei film horro in cui la natura agisce come una forza vendicatrice e maligna nei confronti dell'uomo.

Hitchcok è stato una delle icone più popolari del Cinema del dopoguerra; un vero e proprio personaggio, che spesso sbalordiva l'opinione pubblica con frasi a effetto del tipo: "Gli attori sono bestiame" e "Un film non è una fetta di vita ma di torta".

Abbiamo voluto così ricordare, in modo breve e modesto, uno dei più grandi registi del Novecento a trent'anni dalla sua scomparsa. Forse però non tutti sanno che Hitchock aveva una fobia molto particolare: veniva colto dall'ansia alla vista di oggetti tondeggianti; per esempio, se vedeva delle uova sudava freddo!

(già pubblicato il 29/04/2010 su Mondoattuale)

Up: un capolavoro tra le nuvole

 Vero capolavoro dello scorso anno, assieme al bellissimo Gran Torino di Clint Eastwood, Up è l’ennesimo film ben riuscito della Pixar (decimo lungometraggio frutto del sodalizio con la Walt Disney), vincitore nella categoria “miglior film d’animazione” negli ultimi Accademy Awards. Una storia semplice narrata con rara capacità poetica, utilizzando immagini suggestive, primi piani commoventi, panorami straordinari (ispirati a scenari realmente esistenti in Venezuela) e accompagnando il tutto con una superba colonna sonora di Michael Giacchino, premiata con una statuetta.

 Il film, scritto e diretto da Pete Docter e Bob Peterson, narra la storia di un anziano uomo (Carò Fredricksen) appassionato di aviazione, che rimane solo dopo la scomparsa della moglie (Ellie). Per non vendere la casa dove ha trascorso la maggior parte della sua vita, decide di spostarla con l’ausilio di migliaia di palloncini (che lui vende) per giungere in un luogo del Sud America tanto desiderato da sua moglie. In un certo senso la casa di Carl è la manifestazione dello spirito di Ellie. Poco prima di intraprendere il viaggio, il protagonista conosce un buffo bambino boyscout di otto anni (Russel), che lo accompagnerà per il resto della storia.

La “strana coppia”, che ricorda molto da vicino quella formata da Walter Matthau e un bambino (Mason  Gamble) nel film Dennis la minaccia  (Nick Castle, 1993) costruirà una solida amicizia nel corso delle peripezie che dovrà affrontare nel corso del viaggio (sempre emblema della crescita interiore e del percorso di formazione). Infatti, nonostante la lampante differenza di età, i due amici non si separeranno mai, uniti dal comune credo nella forza dell’immaginazione. Anche perché in fondo anche l’anziano vedovo è rimasto bambino nel cuore e si rispecchia nel ragazzino che ha incontrato. 

Up è un film stupendo, girato benissimo. Come già detto, le sequenze sono accompagnate da una suggestiva colonna sonora, il cui mean theme non si dimentica facilmente. Essa ha una funzione empatica, in quanto in molte sequenze i dialoghi sono assenti: le inquadrature si soffermano sull’espressione del volto del protagonista e sugli oggetti dal valore affettivo inestimabile, come fotografie e pagine di un vecchi diario di Ellie. Inoltre, la pellicola mescola in modo straordinario ingredienti diversi, passando da momenti commoventi (meravigliose in questo senso sono le sequenze iniziali che mostrano il protagonista passare velocemente da bambino ad anziano assieme a sua moglie conosciuta fin da piccolo) a quelli comici e avventurosi.

In conclusione, Up è un vero e proprio capolavoro dell’animazione, che parla sia ad un pubblico giovane che adulto. Uno spettacolo immaginifico per gli occhi e per le orecchie, di cui non ci si può mai stancare di assistere. Un trionfo di colori e di armonie musicali che creano un connubio splendido, facendo immergere lo spettatore completamente nella storia rappresentata e in un viaggio indimenticabile. Credere nei sogni aiuta a crescere e il Cinema ci invita a non smettere mai di sognare, come il protagonista Carl.

    VOTO: 


(già pubblicato il 16/04/2010 su Mondoattuale)


Alice in Wonderland: poche le meraviglie

  
Tim Burton rivisita il masterpiece di Lewis Carroll, uno dei più grandi scrittori dell’età vittoriana e uno dei fondatori del genere letterario “nonsense”. Chi si fosse fatto delle aspettative troppo grandi sull’ultima fatica del maestro del gotico rimarrà deluso (ed io sono tra questi). Infatti, nonostante l’utilizzo del 3D il film presenta notevoli lacune, sia contenutistiche che formali.

Il film parte bene, anche se nelle primissime sequenze, girate in ambienti naturali e con attori in carne ed ossa, il 3D non serve a niente. Segue poi la bellissima sequenza in cui Alice cade nella tana del Bian Coniglio: si ha davvero l’impressione del vuoto e delle vertigini grazie agli occhialini. Ma le sorprese finiscono sostanzialmente qui, ossia quando inizia la parte della storia ambientata nel Sottomondo, che dovrebbe mettere in risalto tutto l’estro artistico di Burton.

Analizzando il plot si può dire che manchino del tutto i colpi di scena: il fatto che Alice sia una sorta di messia incaricato di liberare il Sottomondo dal regno della Regina Rossa rovina tutta la storia, perché fin dall’inizio si capisce che si arriverà al benedetto giorno X in cui Alice riuscirà a sconfiggere le forze della usurpatrice, signora non solo delle carte di cuori, ma anche di alcune creatura mostruose (un grosso cane e una specie di drago). Quindi, grazie all’espediente dell’oracolo, che incanala la storia in una certa direzione, il finale del film è già annunciato e scontato.

Un altro aspetto negativo è quello di aver creato due poli antitetici e speculari: uno del Bene (incarnato dalla Regina Bianca, signora di Marmorea), l’altro del Male (il regno della Regina Rossa). Manca del tutto una “zona grigia” tra questi due estremi; non ci sono nemmeno personaggi dinamici, perché dall’inizio alla fine del film ognuno di essi è già schierato da una parte (i cospiratori) o dall’altra (gli scagnozzi della tiranna). Nessuno, nemmeno Alice, subisce un travaglio interiore che permetta il passaggio da uno schieramento all’altro. In breve: tutti i personaggi sono statici. Tutta la storia fila liscia senza che ci sia alcuna sorpresa nello spettatore.

Anche le scelte estetiche non sono state delle migliori. Si pensi ad esempio ai costumi: l’unico look un po’ estroso è quello del Cappellaio Matto, interpretato dall’istrionico Johnny Depp, vero attore feticcio di Tim Burton. Si poteva per esempio scegliere un’estetica più barocca per i costumi. Anche le scelte cromatiche delle scenografie non sono sbalorditive; su questo aspetto molto meglio è stato fatto in Avatar. Si pensi poi alla mancanza di idee per raffigurare il castello della Regina Rossa, chiaramente ispirato dal logo della Disney. Poca attenzione è stata data anche al ruolo della musica: conoscendo i trascorsi di Tim Burton e alla luce del cartone del 1951, ci aspettava almeno qualche parte cantata.
Molti dei personaggi descritti nei due libri di Carroll e ben raffigurati nel cartone animato vengono qui presentati in maniera scialba: lo Stregatto (che somiglia al Gatto con gli stivali della saga di Shreck) il Brucaliffo (che trova poco spazio nella storia) e gli opachi Pinco Panco e Panco Pinco. Per non parlare poi di un’anemica Alice. L’unico a salvarsi è Depp, grazie alla sua abilità interpretativa e camaleontica. Davvero uno dei più grandi attori contemporanei.

Arriviamo ora a parlare del finale, forse la parte più scadente dell’intero lavoro: una battaglia su una scacchiera tra il Bene (gli scacchi della Regina Bianca) e il Male (le carte, il fante e il mostro della Regina Rossa), che viene decisa dal duello tra Alice, che indossa un’’armatura alla Giovanna D’Arco e una spada tipo Excalibur, e il drago infernale. Questo combattimento ricorda molto quello epico tra Gandalf e il Barlog descritto nel libro del Signore degli anelli e rappresentato nel film La compagnia dell’anello. Che cosa c’entra con Alice tutto questo proprio non si comprende.

In definitiva, il film non riesce a offrire le suggestioni che invece riusciva a regalare l’omonimo film d’animazione del 1951, né con le immagine, né con la musica. Nonostante gli effetti 3D (poco esplorati in questa pellicola), non si è creata un’atmosfera idonea per raffigurare la storia immaginifica creata dalla fantasia di Carroll. In altre parole: il film non riesce a trasmettere la magia della favola. Tim Burton doveva osare di più, magari puntando su effetti visivi più psichedelici (si pensi che manchi un qualsiasi riferimento ai funghetti grazie ai quali Alice vede le cose da una prospettiva diversa) o enfatizzando di più gli aspetti macabri e surreali (come il ponte di teste sul fossato del castello). Pare quindi giusto domandarsi: non è che il regista sia sceso a compromessi con la Disney per realizzare questo lavoro, visto i trascorsi poco felici con la major in età giovanile come disegnatore? Infatti lo stile e la poetica tipiche del maestro si scorgono a fatica in questo lungometraggio.

In un duello al cardiopalma tra le due pellicole più attese di questo inizio 2010, ossia Avatar e Alice, il primo ha sicuramente stupito di più. Ma sono sicuro che dopo questo tonfo, inaspettato e fragoroso, Tim Burton riuscirà a farsi perdonare con nuovi strepitosi lavori (e speriamo capolavori).

VOTO: 


(già pubblicato il 15/03/2010 su Mondoattuale)


Oscar 2010: stangata per Avatar


oscars
Agli Academy Awards il film di Cameron è uscito ridimensionato. Non solo ha perso i premi per la categoria miglior regista - andato per la prima volta ad una donna, Kathryn Bigelow, ex moglie dello stesso Cameron – ma anche per miglior film, andato ad The Hurt Locker, vero vincitore di questa edizione, con ben sei statuette conquistate.
Su nove nomination, Avatar ha conquistato solo tre statuette “tecniche”, tutte anticipate (grazie ad una sorta di premonizione) nella mia recensione sul film: miglior fotografia (del nostro Mauro Fiore), migliori effetti visivi e miglior scenografia. Insomma, un riconoscimento per l’equipe della Weta, dove lavorano diversi italiani.
Pochi hanno ricordato che per la categoria miglior trucco (vinta da Star Trek) erano in corsa anche A. Signoretti e V. Sodano per il capolavoro di Sorrentino Il Divo. Peccato davvero, sarebbe stato un  giusto riconoscimento all’inestimabile valore del film.
Un altro riconoscimento al talento italiano è stato la vittoria di Michael Giacchino (Up) per miglior colonna sonora.
Infine, mi è dispiaciuto non vedere vincere per la categoria migliori costumi Parnassus, che lo avrebbe meritato.

Avatar: un giudizio intermedio


Premessa

In Italia questo film è uscito quasi un mese dopo il resto del mondo, per lasciare spazio all’invasione nelle sale dei cinepanettoni nostrani, che, come d’abitudine, ci rovinano il periodo natalizio. Alla fine, dal punto di vista economico, ci hanno guadagnato un po’ tutti...

Mi devo scusare con tutti voi per il ritardo con cui giunge questa recensione, ma sono stato impegnato totalmente in un lavoro universitario improcrastinabile.

 Recensione

L’ultima opera di James Cameron, può essere sintetizzata così: ottime scene, un’utilizzo tecnologico rivoluzionario (grafica 3d della Weta) e una trama poco originale e superficiale. Il risultato: un piacevole intrattenimento lungo ben 2 ore e 40 min.

        Non c’è dubbio che l’estetica sublime delle scene costruite dal team della Weta lascia a bocca aperta: mai si sono così ben confuse con la realtà immagini rielaborate e o costruite al computer. Dal punto di vista tecnologico quindi, Avatar è davvero rivoluzionario. Ormai non si nota più la differenza tra attori reali e virtuali, tra fondali costruti dai calcolatori e soggetti umani in primo piano. Gli ultimi tre episodi (i primi però secondo l’ordine della saga) di Star Wars non reggerebbero il confronto con Avatar.

        Ciò che invece non convince per niente è la storia in sè. Va bene che Cameron ha dichiarato che si trattava di una rivisitazione tecnologica della storia d’amore di Pocahontas, ma sembra più che si sia ispirato al film della Disney che a quello, stupendo e struggente, di Terrence Malick (The New World, 2005). Inoltre, la storia personale del protagonista Jake, ricorda molto quella narrata in Balla coi lupi. I personaggi sono solo abbozzati (forse volutamente per lasciare spazio ai sequel, di cui già cominciano ad uscire indiscrezioni), lo scontro tra civiltà e mondo selvaggio è banalizzato, le sequenze finali di battaglia fanno sorridere (per non parlare della scopiazzatura dell’attacco degli elicotteri da Apocalypse Now). I temi trattati sono importanti (come l’ambientalismo, l’incontro tra civiltà diverse, l’amore e il superamento dei limiti umani), ma potevano essere presentati in maniera ben più seria.

        Cameron è stato bravo a creare un mondo, Pandora, davvero sorprendente, abitato dai simpatici Na’vi. Buona parte del film è dedicata proprio ad essi, come se si trattasse di un documentario antropologico: vengono descritti gli usi, i costumi, le loro credenze, ecc. Ma, è evidente, che ci si è ispirati ampiamente, a parte la lingua creata ex novo, ai caratteri elementari di ogni società semplice, come i nativi americani: l’animismo, il culto della dea Madre o della Natura, il matriarcato (prevalenza ancestrale del femmineo sull’elemento maschile), le prove d’iniziazione all’età adulta, l’uguaglianza economica e la divisione in clan. L’unica novità è stata quella della comunicazione biologica tra Na’vi e gli altri esseri viventi.

        Anche lo scontro su un pianeta incontaminato tra una razza umana avanzata ed una aliena “arretrata” non è una novità: cito il VI episodio di Star Wars (Il ritorno dello Jedi) in cui i simpatici Ewoks, abitanti di Endor, si trovano a fronteggiare con archi e fionde le truppe imperiali e a difendere le proprie abitazioni sugli alberi.

        Insomma, possiamo definire Avatar un film divertente per tutta la famiglia, che ha rimescolato molti ingredienti già visti alla luce di una tecnologia rivoluzionaria. L’operazione economica è riuscita (circa 300 milioni di dollari spesi e più di 2,3 miliardi di dollari incassati), così come l’intento di diffondere la visione in 3d. Seppur candidato a numerosi Oscar, a mio giudizio Avatar si merita solo di vincere i premi tecnici per gli effetti speciali, la fotografia e la scenografia. Dal punto di vista della conduzione della regia, non c’è molto da dire, visto lo stile “neutro” utilizzato e la mancanza di virtuosismi stilistici.

        In conclusione, il mio giudizio su questo attesissimo film è da bicchiere mezzo pieno. Nella querelle scoppiata tra chi sotiene che il film sia un capolavoro e chi lo ha denigrato, io mi schiero nel mezzo, giudicandolo un buon film, divertente, coinvolgente, ma niente più.

 VOTO: votovotovotovoto


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(già pubblicato il 27/02/2010 su Mondoattuale)